Ferdinando Lixi racconta

Dalla partenza a Natale ’56 alla Somiren di Turchi: cantieri tra Liguria, Val Maira e Novazza, pericoli sfiorati; poi Saipem, missioni in Kenya e Zambia, fino alla pensione (1989).

(da “Memorie 2014” di Fabrizio Frigieri Toni)

Iglesias. Il giorno di Natale del 1956, appena dopo pranzo, uscii di casa con una
povera valigia di fibra e tanta pena nel cuore. Partii col treno nel primo pomeriggio;
alle 10 di sera m’imbarcai sul traghetto a Olbia e giunsi a Civitavecchia alle prime
ore del mattino successivo. Avevo mangiato un po’ di pane sul treno: certamente
niente sulla nave ove mi avevo anche vomitato. I traghetti di allora erano vecchi
residuati bellici: la terza classe era costituita da un camerone con tanti posti letto.
C’era caldo, tanfo, rumori vari ed un beccheggio che non finiva mai. A Civitavecchia
scesi barcollando sul molo e, a piedi, raggiunsi la stazione ferroviaria che non era
tanto distante. Presi forse un caffè alla stazione e certamente un panino sul treno.
Trovai posto vicino ad un finestrino con vista mare. Dove stavo andando ? Avevo
27 anni e già lavoravo da diversi anni da quando mi ero diplomato all’istituto
Tecnico Industriale Minerario Statale “Giorgio Asproni”* di Iglesias.
Ero uno studente diligente ed essendo l’unico del mio corso ad essermi diplomato a
giugno ebbi una offerta di lavoro ancor prima che uscissero i quadri. Ero capo
cantiere.

*Giorgio Asproni (Bitti, 5 giugno 1808 – Roma, 30 aprile 1876) è stato un politico italiano, tra le massime
figure della storia moderna sarda, grande autonomista e incrollabile repubblicano.

L’epitaffio sulla sua tomba recita ” non flectar” che tradotta letteralmente, significa
“mi spezzerò ma non mi piegherò”. Riuscirò nella vita ad essere così integerrimo?
Avrò tanta forza di animo da superare i dolori e le sfide che la vita mi opporrà?
Oppure sarò come i protagonisti di “Canne al Vento” di Grazia Deledda : con
fragilità umana e sopportazione del dolore dell’esistenza.
Immerso in questi pensieri giunsi, nel tardo pomeriggio alla Stazione di Genova
Principe.
Scesi e cercai il treno per Ventimiglia. Bighellonai un po’ per la stazione prima della
partenza.
Chi era l’ing. Turchi? La Somiren mi aveva affascinato: ricerca di minerali uraniferi.
L’ing. Adolfo Turchi era l’ing. Capo e cercava p.m. (periti minerari, N.d.R. ) per
questa nuova impresa.
Non ricordo a che ora lasciai Genova. Certamente presi un accelerato che mi
scaricò a Pietra Ligure alle 4 del pomeriggio.
Ero giunto a destinazione ed era il 27 dicembre 1956. Cominciava la mia
avventura con la più grande società mineraria-energetica italiana.

Verso le sette del mattino, lasciai la valigia alla stazione ed uscii per un primo
contatto con la città. La prima cosa che incontrai, dopo cinquanta passi, fu la prua
di una nave che traversava la strada. A naso in su la guardavo stupito: ma quanto è
grande ! Venivo da una terra di mare ma non avevo mai visto un cantiere navale.
Dopo qualche giorno ebbi la opportunità di assistere al varo. Ero giunto la nord. Era
la grande rinascita dell’Italia dopo la guerra. Presi un taxi e raggiunsi gli uffici della
Somiren. Conobbi l’ing. Turchi che dopo un breve colloquio mi assunse seduta
stante.
A Pietra Ligure in località Ponte Scalincio (Fornaci), era iniziata da pochi mesi una
ricerca mineraria su di un affioramento di minerali radioattivi. I lavori consistevano
in una breve galleria in direzione ed una discenderia scavata per pochi metri che fu
poi approfondita dopo il montaggio di un argano per l’estrazione del minerale
scavato. Passai l’inverno abbastanza bene e lo stipendio era buono. Mi permisi
l’acquisto di un eskimo dato che ero partito con pochi indumenti invernali.
Alla fine della primavera successiva, fui trasferito in Piemonte, ove era in avanzato
corso una ricerca più promettente in una località dell’alta Val Maira, a Preit.
I lavori erano iniziati erano iniziati da alcuni mesi: la galleria più bassa a fondo valle,
vicino al torrente, era quota 1480 ed i lavori si spinsero, nel giro di due anni, fino
alla quota 2300.
Eravamo tre periti minerari e giravamo i turni diurni e notturni. Il turno più duro era
quello notturno: dalle 23 alle 7 del mattino. Nella stagione invernale, muniti di
scarponi e ramponi da ghiaccio, scarpinavamo su quelle coste, battute dal vento,
per controllare l’avanzamento lavori.

In quegli impervi pendii si rischiava la vita ed io per ben due volte posso ringraziare
la buona sorte.
La prima volta una alluvione aveva riempito l’alveo del torrente ed inondò la strada.
Per non essere bloccato passai, con la campagnola, in una stretta gola, a passo
d’uomo, mantenendomi a ridosso della montagna sulla mia destra, essendo la
strada in quel punto ricoperta da una fanghiglia rossa. Dopo qualche giorno,
quando le condizioni meteorologiche lo permisero, ritornai sul luogo del passaggio
e scoprii che la strada era franata a valle.
Era rimasta solo quella stretta striscia su cui ero passato.
Santa Chiara, protettrice di Iglesias, eri stata tu ?
La seconda volta avvenne a Bric Balacorda.

Avevamo cominciato i lavori per l’attacco di una galleria a 2300 metri. Risalivamo
lentamente il canalone quando un sordo rumore mi fece alzare gli occhi. Una
slavina proprio sopra di noi scendeva a tutta. Urlai ed uscimmo di cinque, sei metri
dal canalone, giusto in tempo per veder passare rocce, tubi, attrezzature da
lavoro… era passata. Noi bianchi come cenci lavati balbettavamo. Santa Chiara eri
ancora tu ?

Nell’estate del 1958 fui mandato in Valgrana per alcuni lavori di assaggio nella zona
di Castelmagno. Si arrivava col fuoristrada fino al santuario di Castelmagno e da li,
a piedi, la solita scarpinata fin sotta la cima del monte ove portammo un
compressore, smontato a dorso di mulo, Trasportammo solo lo stretto necessario per pochi metri di scavo sopra i 2000 m. s.l.m. .

Il 14 di agosto una discreta nevicata imbiancò tutto. La strada che proseguiva verso
il Passo del Colle del Mulo a 2597m. ,abbondava di stelle alpine.

Nel 1959, dopo una breve parentesi a Bocenago, in Trentino, fui spedito in Val
Seriana ove erano stati individuati promettenti affioramenti nella zona di Novazza.


Prima diaspora. Lavorai fino al 1964 poi il programma nucleare fu soppresso e fui
trasferito alla Saipem.
Nella nuova società dovetti riciclarmi in una grande impresa che costruiva pipelines
(gasdotti e oleodotti) e impianti di raffinazione del petrolio. Diressi per due anni a
Caviaga il centro di manutenzione dei mezzi che rientravano dai cantieri in Europa
e Sudamerica. Conclusi in Italia, la prefabbricazione delle tubazioni per la raffineria
di Sola (Norvegia). Ventisei mesi in Libia fino al 1969, per partecipare alla
realizzazione del grande impianto di liquefazione di Marsa El Brega.

Fui richiamato dall’Agip Nucleare essendo ripresa l’attività nucleare in seno al
gruppo e andai in Kenia per prospezioni su vasti territori, dall’oceano Indiano al
Lago Victoria. Dopo due anni abbondanti fui mandato in Zambia, per lo stesso
motivo e vi tornai nel 1980 per lo stesso motivo.

Seconda diaspora. Nell’ultimo quinquennio degli anni 80 e cioè dopo l’ulteriore
soppressione del nuovo programma nucleare a seguito del disastro di Chernobyl,
fui trasferito ai laboratori per la preparazione dei campioni per la petrografia. Nel
1989 andai in pensione e non ho vissuto il lento declino di tanti miei colleghi più
giovani.
Articolo tratto da “Ferdinando racconta” (F. Lixi – Iglesias 1929)


Ferdinando Lixi:

da URANIO AMORE MIO. “Il nido dell’aquila” di Daniele Ravagnani

…….un piccolo strappo ancora, con due o tre tornantini del sentiero, e raggiunsi il mitico “Nido dell’aquila”, l’imbocco del “Livello 1”; è uno strozzo scavato per una quarantina di metri dentro la roccia nera di minerale e fiorita di giallo. Q.1174: da qui si domina l’intera valle. Questo è il posto dell’Uranio, qui tutto ebbe inizio! Sul tavolato che tampona l’imbocco, sopra il cancello che in origine doveva essere verniciato di giallo (il colore delle insegne AGIP), una scritta fatta con la vernice “LIXI FECIT 1959”. Credo che Lixi, uomo non grande, asciutto, capelli corvini lisci, occhi neri penetranti, un tipo deciso, naturalmente sardo, sia stato il primo perito minerario a fare il capocantiere qui nel ’59 e, anche se sono tantissimi anni che non lo vedo, potrei dire che oggi è la memoria storica della miniera di Novazza, più di chiunque altro.