di C.M. Pessina

L’amico Marino Amonini mi ha invitato a ripescare i ricordi degli anni trascorsi al lago di Scais, un piccolo gioiello incastonato a 1500 metri tra vette mitiche e valli selvagge, nel cuore della Valtellina. Scrivere a distanza di quasi mezzo secolo non è facile, è come cercare di “sbobinare” una registrazione consumata dal tempo. Rimpiango di non aver tenuto un diario allora, ma la mia attenzione era interamente assorbita dalla geologia e dalle mineralizzazioni di uranio della Val Vedello. Compito che mi aveva assegnato l’Agip!
Negli anni Sessanta, il CNEN aveva già individuato i primi segni di uranio in superficie, ma aveva abbandonato la zona, convinto che fosse geologicamente identica all’alta Valle del Belviso. La carta geologica di Sondrio a 1:100.000, con i suoi gravi errori concettuali, avevaconfuso persino loro. Quella che era stata cartografata come una faglia inversa alpina, la “famosa” Linea Orobica, un’interpretazione che all’epoca nessuno osava mettere in discussione, era, in realtà, una faglia diretta di età ercinica: Mi sento orgoglioso di averla messa in dubbio già nel 1976, ipotizzando una faglia distensiva, che oggi le università hanno ufficialmente ribattezzato LANF (Low Angle Normal Fault).
Ma veniamo ai ricordi della palazzina. È stata la nostra casa per diversi anni, una grande e solida struttura a tre piani costruita dalla Falck. L’abbiamo lasciata solo dopo l’incendio della nostra mensa, provocato da un cuoco un po’ “particolare”. Al pianterreno, oltre l’ingresso principale, c’erano i locali della ditta Alma di Genova, gestiti dall’Adriano, il cuoco. Era un ingresso secondario, quello che dava sul cortile, con un tavolo, una panca e la bandiera italiana che sventolava sopra il lago color turchese.
All’interno, ricordo una lavatrice, una stireria e una dispensa dove pendevano dal soffitto dei salumi. Il cuocoCaprini, dipendente dell’Al.Ma (Alimentari Marittimi), società di Catering genovese, nostra contrattista, andava avanti e indietro, a volte lamentandosi con me per i problemi dellalavatrice. Io avevo altro a cui pensare. A quel tempo, non c’era ancora la strada che da Agneda portava alla diga, e tutti i rifornimenti arrivavano con il piano inclinato del Redoch.
Caprini mi offrì qualcuno di quei salami appesi, dicendomi: “Li porti via!”. Non mi interessavano quei salumi e gli dissi che non potevo accettare. Un giorno, con una sfrontatezza incredibile, il Caprini mi disse che se li avessi presi mi avrebbe ricattato. Non ho mai capito cosa pensasse di ottenere da me, che ero il responsabile Agip dell’attività di esplorazione geologica.
L’ingresso principale della palazzina, invece, si affacciava sulla diga, con la mole piramidale del Disgrazia che si stagliava sullo sfondo. Una rampa di scale portava ai piani superiori. Ho un ricordo vivido di un collega geologo che, in imbarazzante intimità con una delle tante ragazze curiose che passavano di lì, si ammutolì non appena mi vide arrivare. Eravamo tutti giovani diplomati e laureati, pieni di vita e con una voglia matta di fare.
La scala continuava fino al terzo piano e, più su, alle piccole mansarde nel sottotetto. Io alloggiavo proprio in una di queste. La mia cameretta, tutta rivestita in legno, era illuminata da un abbaino che dava sul Medasch, verso est. Quante notti ho trascorso lì, alla luce di una lampada con pantografo, a tracciare e interpretare sezioni geologiche. Cercavo di svelare, in anticipo la complessa struttura della Val Vedello.
Quando iniziava a piovere, non potendo uscire a rilevare carte geologiche, le giornate allago di Scais diventavano lunghe e interminabili. Una pioggia continua, implacabile e scrosciante, accompagnata da tuoni e lampi che ti facevano sentire piccolo di fronte all’immensità della natura. Quella pioggia mi ispirava sentimenti contrastanti: dalla pace interiore alla malinconia. Era una sfida alla resilienza, un promemoria per non mollare e continuare a lavorare.
Ma che pace, con la pioggia a fare da sottofondo! Le raffiche di vento riuscivano a farla filtrare tra le lamiere del tetto, e l’acqua cominciava a gocciolare sul pavimento in un tic-tac che formava una sinfonia orchestrale. Con dei secchi, cercavo di catturare l’acqua per non inzuppare il pavimento in legno..
In un angolo, contro il muro, c’era il mio letto. Accanto, una porta a vetri dava su un corridoio che portava ad altre stanze e, se non ricordo male, anche al bagno.
Quanti giorni ho passato lì, pieno di voglia di lavorare in un ambiente così bello! L’aria pulita, le mattinate terse, il profumo dei pini secolari…il lago pieno di trote e salmerini che alla cascatella del Caronno aspettavano famelici…
Al secondo piano della casa c’erano gli uffici e un soggiorno con un vecchio televisore in bianco e nero che cercavo sempre di far funzionare. Sono passati cinquant’anni da allora, mezzo secolo, incredibile!
Ricordo il geometra Lanzini con i suoi baffetti e occhiali scuri, intento a tracciare i percorsi della nuova strada carrabile. E il Franco Balgera, che mi chiamava sempre “Signor Mario”, e sua moglie e le figlie. Nelle lunghe giornate di pioggia venivano nella nostra baracca prefabbricato Morteo, a giocare a scacchi o a carte, bevendo un caffè in compagnia.

Quanta gioventù, quanta voglia di scoprire. Oggi, questi ricordi mi commuovono.
L’amico Amonini mi dice che ora in quelle stanze vivono persone della mia età, che a loro volta hanno passato lì la gioventù alla ricerca di cristalli di quarzo e funghi, con escursioni al Mambretti e sul Redorta e alla Cima di Scais.
L’eco di quei tempi non si è mai spento!
Camillo Mario Pessina-geologo Dalmine (Bg)- mercoledì 24 settembre 2025

