Dall’Ombra della Fucina alla Luce della Scienza
Dall’Ombra della Fucina all’amore per la Geologia. La Storia di un geologo tra esplorazioni, miniere di uranio, ricerca petrolifera e indipendenza energetica. Un percorso di resilienza e un ponte vivo tra due mondi distanti: il corpo radicato nella terra del fare, la mente spiegata come vela sul mare delle idee.
L’Eco di un Mondo in Frantumi
La storia di Camillo Mario Pessina si dispiega su uno sfondo tragico e solenne: l’Italia sferzata dall’armistizio di Cassibile (8 settembre 1943). Mentre il Paese si dissolveva nel caos della guerra civile—tradito dalla fuga inetta del Re, Badoglio e dei vertici militari—i soldati italiani venivano abbandonati al sanguinoso confronto con i loro ex-alleati tedeschi. In un’atmosfera satura di attentati, rappresaglie, e una violenza che dilaniava specialmente il Nord, l’agonia del fascismo si consumava. Il 25 aprile 1945, Benito Mussolini fuggiva invano da Milano, per essere catturato e fucilato, insieme all’amante Claretta Petacci, che scelse di condividere il suo destino a Dongo (28 aprile). Persino in quei giorni concitati, l’ombra del Primo Ministro inglese Winston Churchill aleggiava sulla zona, forse per recuperare la famigerata borsa di Mussolini, custode di segreti potenzialmente scottanti.
In questo terribile clima e in un’Italia ridotta a cenere morale e materiale, il 23 luglio 1945, nasceva Camillo Mario. Figlio di due anime—una Orobica, l’altra “Leonessa” di Brescia—veniva alla luce nella parte bassa di Almenno San Salvatore, un borgo adagiato ai piedi delle Prealpi Orobiche, quasi a picco sulla sponda destra del fiume Brembo.
Radici di Pietra e Povertà
L’antica Almenno, un tempo di maggior lustro, vedeva la sua memoria romana sussistere nel nome della via natìa di Camillo: Via Oppoli di Sopra, probabile eco del latino populus (pioppo), oggi banalmente e demagogicamente ribattezzata via Repubblica.
La dimora natale era un austero avamposto di povertà, eretto con “borlande” di fiume (sassi levigati) e calce, posto all’angolo di una strada sterrata e di una ripida scalinata, antica mulattiera che congiungeva il paese al fiume. Arroccata su strati verticalizzati di “Sass de la Luna”, la casa dominava il Brembo e le sue sponde montuose. D’inverno, il luogo si trasformava in una vera e propria “Siberia”, come usava dire “Zia Elisa”, dove il vento gelido, incanalato nel corridoio vallivo, faceva gelare i panni stesi come rigidi baccalà.
Il Battesimo del Freddo e delle Ristrettezze
La vita era plasmata dalla privazione. L’acqua potabile non era in casa, ma andava attinta all’esterno, estate e inverno, sotto il sole o la pioggia. L’assenza di servizi igienici moderni confinava i “bisognini” del piccolo Camillo, il primogenito, a una vecchia stalla, incurante del buio o del freddo.
Unica fonte di tepore erano i due camini, acquistati dal nonno Giuseppe. Il più grande, nella cucina principale, era impreziosito dalle “nece”—due sedili interni contrapposti—e lì, nella cenere calda, nonna “Bepa” cuoceva le pere dal sapore unico, che ingolosivano il nipotino perennemente affamato. Vi stazionava sempre una cucuma in rame stagnato, che scaldava il caffè, a volte surrogato con radici di cicoria tostata.
Al piano superiore, le camere da letto, gelide d’inverno, si raggiungevano tramite una scala in pietra erta e buia. I soffitti di cannicci e calce a malapena celavano l’inquietante frusciare dei topi. Le pareti, tappezzate di carta incollata con colla di farina, rivelavano, in certi periodi, la sgradita presenza di neri scorpioni. Infine, i giacigli non erano materassi, ma “soffici” pagliericci in canapa, riempiti di “ol formet” (cartocci di granoturco) che “scrocchiavano” a ogni minimo movimento.
È in questa culla di pietra, freddo, e ferrea resistenza che si forgia l’uomo che, con un lungo e straordinario viaggio, trascenderà le umili origini operaie per ascendere alla luminosa vetta delle pubblicazioni scientifiche.
L'Ascesa dalla Fucina all’Aula
Il suo polso, abituato al ritmo del martello,
che misurava i giorni in calce e sudore.
Lascia l'odore acre e nobile del ferro incandescente,
e la polvere grigia sui palmi forti, come storia muta.
Erano le sue cattedrali i capannoni vasti,
dove il ruggito delle macchine era salmo di fatica.
Ma nel cuore, un seme di luce chiedeva più terra,
una fame sottile che il pane non saziava.
Così, dal grembiule di tela al vestito di sogno,
dalle misure precise del bullone, al caos fertile della conoscenza.
Ora cammina tra i chiostri silenziosi,
dove il sole si posa su libri che sanno di vecchio e infinito.
Le sue mani, che un tempo forgiavano materia,
ora accarezzano pagine, seguono il volo leggero dell'inchiostro.
Non è più il fumo a velargli lo sguardo, ma il vapore dei pensieri,
che si alzano da un caffè tiepido, tra appunti e teoremi.
Porta con sé la disciplina della catena di montaggio,
e la tenacia che conosce il valore di ogni ora.
Non ha dimenticato il suono della sirena all'alba,
ma ora sente il richiamo più acuto del sapere che libera.
È un ponte vivo tra due mondi distanti: il corpo radicato nella
terra del fare, la mente spiegata come vela sul mare delle idee.
4 ottobre 2024
Fulvia e Giulia
Sul retro dell’albergo, lato fiume, tre metri e qualcosa più in basso della provinciale, si accedeva al seminterrato, dove c’erano i locali di servizio e un’autorimessa che poteva contenere non più di tre o quattro macchine. Mi ci fece parcheggiare la mia Giulia 1750 GTV blu-olandese, interni in panno beige, radio e mangianastri stereo-otto che, appena laureato, mio padre – finanziandomi lui, come una specie di liquidazione – mi aveva fatto comprare d’occasione dal vecchio Sabbadini, vicino al Bar Sempione. Una macchina straordinaria!
Quella domenica rimaneva un posto libero di fianco alla mia: quello della Fulvia rossa nuova fiammante del dottor Camillo Mario Pessina geologo da Almenno San Salvatore, Responsabile di progetto, che avrei conosciuto il giorno dopo. Su quella sua macchina non ho mai visto un granello di polvere: Mario la teneva come un gioiello… Per un anno, nei giorni lavorativi, quelle due macchine furono parcheggiate l’una a fianco dell’altra: sembrava che volessero vincere un concorso, come i loro rispettivi padroni.
Da: URANIO AMORE MIO, di Daniele Ravagnani – 2017
Camillo Mario Pessina
Mario si è laureato a Pavia, uno o due anni prima di me, e quando è stato assunto all’Agip non credo che nel suo pensiero ci fosse l’uranio. Era (è) un geologo rilevatore bravissimo, questo dipende dalla sua passione per la Geologia e per la Montagna e, credo in egual misura, dal suo carattere: è un uomo preciso, puntiglioso e di temperamento volitivo, lavoratore instancabile, nella migliore tradizione bergamasca. Ricordo un aforisma che mi piace e che riguarda i Bergamaschi (almeno quelli di una volta): quando un romano va in cerca di lavoro chiede «quanto mi paghi?», mentre quando va un bergamasco chiede «quante ore posso lavorare?…

A Mario piace moderatamente scherzare e non sempre gradisce le battute, forse perché a lui non vengono in mente; è sempre stato molto serio, specialmente sul lavoro, forse troppo serio. Credo che ciò lo abbia fatto anche soffrire abbastanza nell’ambiente parastatale dell’Eni e non so se si è smollato con gli anni. Adesso che è in pensione già da alcuni anni ed è diventato una specie di cultore d’orto botanico nella sua casa di Dalmine, abbiamo ripreso (iniziato) a frequentarci e si è forse un po’ ammorbidito, ma non più di tanto. Se lo si conosce ci si accorge che dietro la scorza coriacea è un buono, generoso e sincero. Ha un grande difetto, che non gli passerà mai: parla sempre di Geologia!
Da: URANIO AMORE MIO, di Daniele Ravagnani – 2017
Si vive solo tre volte
L’incidente in miniera e la perdita dell’elicottero
Per Grazia ricevuta!
Nel 1978, quando ero poco più che trentenne, come geologo capo Progetto di una importante ricerca mineraria in alta montagna, in val Vedello in provincia di Sondrio, stavo ispezionando un fronte di galleria che era in progressione!
Le norme di sicurezza mineraria prevedono che prima di una “volata” (esplosione o brillamento di una carica di 100 Kg. di dinamite sul fronte di avanzamento) il Responsabile di miniera sbarri fisicamente con transenne tutti i possibili accessi a quella zona di sottosuolo, estremamente pericolosa!
Questo non venne fatto per negligenza, pertanto io, pensando fosse tutto normale, mi addentrai, passando dal L1D5, all’interno della galleria L1T4, proprio dove in quel momento erano in atto le azioni di brillamento!
Ad un tratto sentii delle urla provenienti dal fondo della D5: “fermiii, non sparate, c’è una persona sul fronte di avanzamento!!!”.
Io udii quelle urla e, in fondo in fondo la galleria diretta, vidi un omino che si sbracciava urlando, e capii cosa stava succedendo! In grave pericolo ci stavo proprio io! Essendo io il progettista delle gallerie avevo subito intuito da che parte sarebbe arrivata la devastante esplosione con la sua violenta scarica di sassi provenienti dal fronte di avanzamento!
D’istinto mi gettai dentro un dente laterale che fortunatamente era presente nella galleria principale per proteggermi dalla mortale scarica a mitraglia.

Fui abbastanza lucido da aprire la bocca per compensare l’enorme pressione dell’onda d’urto sui miei timpani e, in quel preciso istante ci fu una devastante esplosione. Ero lì vicino, a pochi metri dal fronte!
Guardai d’istinto verso la galleria in cui stavo pochi secondi prima e vidi sfrecciare lungo la galleria, come in una canna di un cannone, grossi proiettili di roccia! Il piano galleria, le volte e fianchi sembravano oscillare per l’enorme esplosione. L’acqua presente nelle pozzanghere si era sollevata! Io però, per fortuna, ero al riparo in questa nicchia laterale!
Subito dopo l’esplosione mi ritrovai con l’elmetto giallo di miniera che avevo in testa per terra e acqua nelle tasche dei miei pantaloni! Lo giuro non era pipì!
Non era ancora giunta la mia ora! A casa mi aspettava una giovane moglie e un bimbo di quattro anni!
Da allora, dal lontano 1978, ancora oggi le mie orecchie non percepiscono più certe frequenze acustiche nel campo dei suoni percepibili da orecchio umano!
Non presi un soldo per l’infortunio perché non denunciai il capo cantiere: a sua volta aveva una famiglia!
Camillo Mario Pessina -geologo Ottobre 2025
Heliswiss
Il campo sportivo di Gromo era a fianco della strada provinciale, di fronte al distributore IP e all’officina meccanica del Germano Fiorina, dove oggi c’è piazza Pertini e la sede della Croce Blu. Nella tarda mattinata del 31 luglio vi atterrò l’Agusta-Bell 206-B della Heliswiss, che Taddei aveva affittato per fare le prove di prospezione radiometrica aerea. Il pilota era un giovane omone biondo con barbetta, di razza alpina e si era portato la moglie, pure corpulenta e bionda, anche lei pilota.
L’arrivo di un elicottero allora non era cosa comune e naturalmente attrasse l’attenzione della gente che si fermava per vederlo. Attendemmo anche l’arrivo del furgone dello specialista che veniva dal Trentino con il cherosene di scorta per i rifornimenti e i necessari attrezzi.
Dopo pranzo iniziammo il primo volo: naturalmente passammo sopra la miniera di Novazza, il lago Nero, il Roccolo, Costa Magrera: il Saphymo-Steel appoggiato sul pavimento dell’elicottero ogni volta segnava l’anomalia, perfino quando passammo sopra il laboratorio di Colarete, col suo mucchietto di minerale accumulato davanti, lo strumento segnò la presenza di radioattività: dunque il sistema funzionava! Ero entusiasta.
Al secondo volo del pomeriggio Mario Pessina chiese di essere portato insieme a Serafini a Marifunt e in valle Cerviera, dove si programmava di fare anche ricerche più approfondite mediante sondaggi. Andammo e mi meravigliò molto la facilità con cui il pilota atterrava e “parcheggiava” su quelle montagne, mi dava l’impressione che invece dell’elicottero avesse a che fare con una Cinquecento. Scendevamo a terra, lui spegneva il motore, noi giravamo lì attorno a guardare le rocce, poi il pilota riaccendeva e via un’altra tappa.
Era evidente il risparmio di tempo (e di fatica) che si otteneva col trasporto aereo e al ritorno Pessina chiese di essere portato il giorno dopo, lui e Serafini, nuovamente ai laghetti di Cerviera per esplorare nel dettaglio quelle anomalie. lo invece mi ero fatto il mio programma di prove di eliprospezione e prevedevo di andare nel Varesotto per provare sulle mineralizzazioni di Boarezzo.
Da: URANIO AMORE MIO, di Daniele Ravagnani – 2017
Si vive solo due volte!
Il giorno dopo, 1° agosto 1975, Taddei era andato in vacanza e al suo posto a dirigere l’ufficio di Gromo era venuto il dottor Righetti. Alle 8 il pieno di carburante e tutte le operazioni preliminari erano state eseguite: potevamo partire. Il pilota accese i motori; Piero a sinistra e Mario a destra si sedettero dietro, nei posti dei passeggeri; io sedetti davanti al posto del navigatore. Prima avremmo portato i due in valle Cerviera e poi, dopo cinque minuti o dieci minuti al massimo, saremmo tornati a prendere Righetti per andare insieme nel Varesotto; intanto lui rimase seduto sulla scarpatina erbosa al margine del campo ad aspettare.
Giungemmo rapidamente nel posto che il pilota già conosceva, un ripiano erboso che è una piccola sella glaciale a quota 2340, dove ci eravamo già posati la sera prima, ma invece di atterrare lì, il pilota vide un altro ripiano più piccolo pochi metri più in basso e, pensando di fare cosa buona, posò lì i pattini dell’elicottero mantenendo il rotore in tiro, aspettandosi che in pochi attimi Mario e Piero scendessero e si allontanassero. Davanti a noi la parete rocciosa era sfiorata dal rotore, sotto di noi un salto quasi verticale di circa trecento metri.
Nella fretta di scendere e mettersi al riparo, Serafini non chiuse la portiera sinistra e nemmeno io, stando seduto davanti, riuscii a farlo, perché vi era incastrata la cintura di sicurezza. Feci cenno al pilota che dovevo uscire per chiudere la porta posteriore e lui annuì; ma quando posai i piedi sul pattino l’elicottero iniziò a muoversi e feci appena in tempo ad accucciarmi a terra che sentii lo schianto del rotore contro la roccia e zolle di terra piovermi addosso. L’elicottero si impennò e, ruotando, conficcò l’albero rotore nel terreno, la coda gli si spezzò e rimase con i pattini per aria, ma ancorato al terrazzino erboso. Per mia fortuna l’elicottero si era rigirato sul fianco opposto a quello dove mi trovavo io. Il pilota non perse i sensi e usci rapidamente dal portello rimasto in alto: una botta in testa, ma niente di rotto e noi nemmeno un graffio! Anche per chi non crede ai miracoli, quello fu un miracolo.
Saltato il tappo, il cherosene zampillava dal bocchettone del serbatoio e le turbine ormai spente fumavano; Mario con freddezza – o con incoscienza prese dal tascapane una carta, la appallottolò e tappò quella fuoriuscita; io estrassi la mia Zenith 80 e fotografai l’elicottero ormai diventato un rottame.

(ricostruzione fotografica: Camillo Mario Pessina, 2025)
Iniziò la discesa verso la base con il morale a terra, ma con le gambe salde; però mano a mano che camminavamo lo shock subito cominciò ad impadronirsi dei nostri muscoli e le gambe tremavano sempre di più. Pensavamo anche a quelli che ci aspettavano a Gromo e non ci vedevano arrivare; non avevamo nulla per comunicare con loro. Il cammino sembrò non finire mai.
Giungemmo alla diga del Barbellino (m. 1800) e ai guardiani chiedemmo di poter telefonare in ufficio: impossibile. Però decisero di farci scendere col carrello dal piano inclinato del Pinnacolo, sopra la centrale di Gavazzo (non c’era ancora la funivia; forse era in costruzione). Ci fecero salire sulla draisina e percorremmo tutta la galleria di derivazione fino al salto del piano inclinato più lungo d’Europa (ora smantellato); la lentezza di questo mezzo era estenuante, ma almeno non dovevamo camminare; la tensione ci aveva lasciato, ma la stanchezza si era impadronita di noi. A fondo valle, cinque ore dopo l’incidente, finalmente potemmo telefonare a Gromo per dire che eravamo ancora vivi e perché una macchina venisse a prenderci.
Da: URANIO AMORE MIO, di Daniele Ravagnani – 2017
La mia versione dei fatti
Non so quante centinaia di litri di cherosene potessero essere effettivamente contenute nei serbatoio del 206-B della Agusta-Bell, ma mi risulta che quell’elicottero consumasse 80 litri di cherosene per ora di volo e che il serbatoio carburante fosse capiente di ben 280 litri di cherosene. Dovendo proseguire poi per il varesotto sicuramente il serbatoio era pieno. Così mi pare anche di ricordare.
Mi ero salvata la vita perché sceso per primo dall’elicottero una vocina interiore mi disse che era inutile che rischiassi stando sotto le pale in movimento. Mi misi seduto, al sicuro, dietro un grande masso posto a qualche metro di distanza che mi protesse quando – dopo un rumor di schianto- l’intera pala mi passò sopra la testa, strappata dall’elicottero dalla roccia contro la quale aveva urtato. Così “una grande, tagliente scheggia di alluminio” sfiorò il Serafini per ricadere dietro di lui. L’elicottero che l’urto aveva sollevato in aria, ricadde piegandosi in due su un fianco.
Tutti ci salvammo per una serie di fortunate coincidenze o, come scrivi tu, Daniele; “quello fu un miracolo”. Qualcuno ci guardava da lassù? Entrambi eravamo padri da pochi mesi.
“…Saltato il tappo, il cherosene zampillava dal bocchettone del serbatoio e le turbine ormai spente fumavano; Mario con freddezza – o con incoscienza – prese dal tascapane una carta, la appallottolo e tappò la fuoriuscita;… ”
Caro Daniele, vorrei però aggiungere che il mio intervento sul bocchettone carburante era stato fatto a ragion veduta. Quando facevo cose apparentemente rischiose – e ne ho fatte diverse, – sono sempre state ponderate. Lo dimostra il fatto che sono ancora vivo e tutto intero. Il cherosene aveva appena iniziato a fuoriuscire e non aveva ancora raggiunto le parti critiche del turbomotore. Più si fosse aspettato più il rischio sarebbero aumentato! A me sembra di ricordare che fermai la fuoriuscita del cherosene perché il pilota stava ancora dentro l’elicottero, stordito dal colpo in fronte, ricevuto battendo il capo contro il parabrezza. Allora i piloti non portavano i caschi di protezione.
Oltre a “salvare” il giovane pilota (che io ritenevo troppo confidente con il mezzo, soprattutto con passeggeri a bordo), a salvare il turbomotore dell’elicottero e le parti ancora indenni cercando di limitare così un pò i danni economici, lo scopo era anche quello di evitare che qualche centinaio di litri di cherosene finissero per inquinare l’ambiente montano e l’acquifero presente (laghetti della Cerviera posti a quota 2300 metri, alla testata della valle del Serio). Ma a quanto pare nessuno se ne rese conto!

Camillo Mario Pessina -geologo Ottobre 2025

