
Fonte iconografica indicata nel PDF sorgente: Foto originale del prof. Ausonio Ronchi. (immagine modificata dall’Autore).
La montagna che conserva un mondo scomparso
Guardando oggi il Pizzo del Diavolo e il Diavolino vediamo una cresta alpina, pareti incise dal gelo, nevai residui e una successione scura che sembra appartenere da sempre all’alta montagna. È un’illusione prodotta dal presente. Quando quei fanghi si deposero, le Orobie non esistevano; non esistevano le Alpi, non esisteva il Mediterraneo e nessun ghiacciaio occupava queste valli.
Le rocce scure ci riportano nel Permiano inferiore, in una depressione continentale prossima all’equatore paleogeografico. Era un paesaggio caldo, semiarido e stagionale, attraversato da piene improvvise. Ai piedi di rilievi post-varisici, conoidi e corsi effimeri riversavano sabbia, limo, argilla e detrito vulcanico in piane fangose e laghi poco profondi. L’acqua compariva, ristagnava, si contraeva e talvolta scompariva. Ogni ciclo lasciava una pagina: ripple, crepe da disseccamento, drappi di fango, impronte di pioggia e piste di tetrapodi.
LA TESI IN UNA FRASE – Le argilliti nere non raccontano un unico lago profondo e permanentemente anossico: registrano un mosaico di piane distali, stagni, laghi effimeri o più persistenti e playa, governato insieme da tettonica, vulcanismo e stagionalità climatica.
Come leggere questa lectio
La ricostruzione è costruita su tre livelli che non devono essere confusi. I dati sono ciò che la roccia mostra o ciò che le fonti documentano. Le interpretazioni collegano quei dati a processi sedimentari e tettonici. Le ipotesi riguardano invece ciò che richiede ancora analisi specifiche, soprattutto la durata dell’anossia, il contenuto organico e l’eventuale comportamento geochimico degli orizzonti neri.
PARTE I · IL TEMPO
Circa 280–274 milioni di anni fa
La Formazione del Pizzo del Diavolo appartiene al Cisuraliano, la serie inferiore del Permiano. L’associazione di impronte di tetrapodi, confrontata con la datazione della sottostante Vulcanite del Monte Cabianca, indica con prudenza un’età tardo-kunguriana, cioè prossima alla fine del Cisuraliano [2, 3].
Nella scala cronostratigrafica internazionale vigente, il Kunguriano si estende da 283,3 ± 0,4 Ma fino alla base del Roadiano, posta a 274,4 ± 0,4 Ma [1]. Per le facies sedimentarie considerate è utile una finestra operativa più stretta, all’incirca 280–274 Ma. Questa non è la data diretta di ogni singolo strato: è l’intervallo più coerente ottenuto combinando geocronologia delle vulcaniti, posizione stratigrafica e biocronologia delle impronte.
COSA SIGNIFICA “280 MA”? – Significa collocare il fenomeno in un intervallo di milioni di anni, non attribuire a ogni lamina la stessa età. La scala del tempo sedimentario è fatta di eventi brevissimi — una piena, una pioggia, un prosciugamento — custoditi in una successione accumulata per tempi immensamente più lunghi.
Una Formazione, non soltanto un colore
Il nome Formazione del Pizzo del Diavolo non deriva unicamente dalle argilliti nere. Una formazione è un’unità litostratigrafica riconoscibile e cartografabile, definita dall’associazione dei suoi litotipi e dai rapporti con le unità sottostanti, sovrastanti e laterali. Nel caso in esame, conglomerati, arenarie, peliti, carbonati e vulcanoclastiti descrivono un sistema deposizionale articolato; la litofacies pelitica scura FPZb ne è però uno dei tratti più spettacolari e identitari [4, 5].
PARTE II · IL LUOGO
PaleoAdria, Pangea e il limite delle carte
Nel Permiano inferiore, il settore oggi incorporato nelle Alpi Meridionali apparteneva ad Adria, interpretata dai dati paleomagnetici come un promontorio settentrionale dell’Africa–Gondwana. La coerenza fra poli paleomagnetici adriatici e africani consente di collocare l’area orobica a bassa paleolatitudine, poco a nord dell’equatore, indicativamente intorno a 9–10° N [9, 10].
La paleolatitudine è relativamente ben vincolata; la paleolongitudine assoluta non lo è. Il paleomagnetismo registra la distanza dall’antico polo e la rotazione, ma non fornisce un equivalente preciso della longitudine moderna. Per questo lo schema seguente deve essere letto come una carta concettuale: è forte nel mostrare la fascia latitudinale e i rapporti generali fra Gondwana, Laurussia e Tetide, non la geometria costiera al chilometro.

Figura generata nel precedente lavoro scientifico-didattico sulla base di Muttoni et al. (2013) e Muttoni & Kent (2019). Forma dei continenti e paleolongitudini sono schematiche. L’etichetta “terrani cimmerici” va intesa in senso tettonostratigrafico; nel testo si preferisce la più prudente “fascia continentale cimmerica”.
Un bacino continentale, non un mare
Il Bacino Orobico era una depressione intracontinentale post-varisica. La sedimentazione avveniva entro un sistema delimitato e segmentato da faglie, non in un golfo marino. La subsidenza creava spazio di accomodamento; i rilievi marginali fornivano detrito; la posizione dei depocentri migrava nel tempo. I prodotti vulcanici, erosi o deposti direttamente, entravano continuamente nel bilancio sedimentario [6, 8].
La letteratura ha descritto questo contesto come estensionale o transtensionale. Gli studi strutturali più recenti documentano sistemi accoppiati di faglie normali a basso e alto angolo (LANF–HANF) e sottolineano una componente di estensione pura almeno in alcuni settori. È quindi prudente distinguere l’architettura locale osservata dal più ampio dibattito sulla trasformazione Pangea B–Pangea A [8, 11].
IMMAGINE MENTALE Non una conca immobile, ma una macchina tettono-sedimentaria: mentre il fondo sprofondava in modo differenziale, le conoidi avanzavano e arretravano, i laghi cambiavano posizione e le faglie deformavano sedimenti ancora saturi d’acqua.
PARTE III · IL CLIMA
Caldo, semiarido, fortemente stagionale
La bassa paleolatitudine non implica automaticamente una foresta pluviale. La Pangea possedeva un’enorme estensione continentale e vaste regioni interne soggette a forte continentalità. L’architettura sedimentaria del Bacino Orobico — piene non confinate, superfici disseccate, laghi alcalini, carbonati ed evidenze evaporitiche — è coerente con condizioni generalmente calde e semiaride, interrotte da fasi più umide [6].
L’espressione “savana subequatoriale permiana” è suggestiva ma deve essere usata come analogia paesaggistica, non come definizione botanica. Non esistevano praterie di angiosperme né le savane moderne. Si può immaginare un ambiente aperto con vegetazione discontinua, comprendente piante vascolari e conifere primitive di tipo walchiano, soprattutto vicino all’acqua; la presenza locale di Walchia nelle immagini resta una ricostruzione didattica e non prova, da sola, un ritrovamento paleobotanico sul Pizzo del Diavolo.
La stagione umida: il bacino si riaccende
Dopo un periodo asciutto, precipitazioni intense mobilitavano i versanti. Torrenti effimeri e conoidi convogliavano acqua e sedimento verso le zone depresse. Le colate di piena si espandevano sulla piana come sheetflood: prima si depositavano sabbia e silt, poi il fango più fine decantava nell’acqua rallentata. Stagni e laghi si espandevano, talvolta collegandosi fra loro.

La stagione secca: il lago si frammenta
Quando l’evaporazione superava gli apporti, il livello scendeva. Le acque si ritiravano in pozze e canali residui; il fango esposto si contraeva formando mud cracks; gli animali attraversavano superfici umide abbastanza consistenti da conservare le impronte. Salinità e alcalinità potevano aumentare, favorendo carbonati e, localmente, minerali evaporitici.

PARTE IV · LA MACCHINA SEDIMENTARIA
Sei movimenti per costruire un’argillite nera
La successione può essere letta come la ripetizione di un ciclo elementare. Non ogni strato conserva tutte le fasi e l’ordine reale poteva essere interrotto o sovrapposto, ma il modello spiega perché strutture di acqua, aria, disseccamento e riduzione si trovino così vicine.
Esposizione. La piana fangosa asciuga; si formano crepe, croste e superfici percorribili.
Pioggia e piena. Eventi intensi riattivano canali e conoidi, trasportando sabbia, silt, fango disseccato e detrito vulcanico.
Decelerazione. Il flusso si espande e perde energia: deposita strati tabulari, laminazioni, ripple e clay chips.
Ristagno. Nelle depressioni restano specchi d’acqua; le particelle più fini decantano formando drappi scuri laminati.
Saturazione e riduzione. Nel sedimento saturo, la decomposizione della materia organica consuma ossigeno; il poro-acqua e talvolta il fondale diventano disossici o anossici.
Evaporazione. Il lago si restringe, la salinità può crescere e il fango torna a essere esposto: il ciclo ricomincia
Dalla conoide al centro della depressione
Lateralmente, le facies passavano da conglomerati e arenarie prossimali a sabbie fini, siltiti e peliti depocentrali. Verticalmente, la progradazione delle conoidi e la migrazione dei depocentri producevano alternanze e cicli. Le facies nere non vanno quindi immaginate come un unico foglio uniforme esteso ovunque: potevano ispessirsi, assottigliarsi, interdigitarsi o essere sostituite lateralmente da depositi più grossolani [6].
Il contributo del vulcanismo
Quarzo angoloso, feldspati, miche e frammenti vulcanici mostrano che una parte dei sedimenti derivava dall’erosione e dal rimaneggiamento dell’edificio vulcanico permiano. A questo materiale epiclastico si aggiungevano ceneri da caduta, pomici e livelli tufacei. La Vulcanite del Monte Cabianca, datata intorno a 280 ± 2,5 Ma, costituisce il grande riferimento cronologico e geologico sotto la formazione sedimentaria [2].
PARTE V · PERCHÉ IL FANGO DIVENTÒ NERO
Ossigeno variabile, non anossia eterna
Il colore scuro è compatibile con la conservazione di materia organica e con condizioni riducenti nel sedimento saturo. Nei ristagni più persistenti anche l’acqua prossima al fondo poteva diventare povera di ossigeno. Tuttavia, il colore da solo non misura il carbonio organico né dimostra che l’intera colonna d’acqua fosse permanentemente anossica.
Le stesse rocce contengono la prova delle interruzioni: ripple prodotti da correnti o onde, mud cracks da esposizione, impronte di pioggia, piste di tetrapodi, clay chips strappati da fango già consolidato e sottili livelli sabbiosi introdotti dalle piene. L’espressione più corretta è dunque: “peliti scure deposte in ambienti a ossigenazione variabile, con episodi riducenti, disossici o anossici” [4, 7].
Che cosa servirebbe per misurare l’anossia
Una verifica geochimica moderna dovrebbe integrare carbonio organico totale (TOC), zolfo e pirite, speciazione del ferro, rapporti U/Th e altri elementi sensibili al redox quali V, Mo, Ni e Co, oltre alla mineralogia delle argille e alle relazioni tessiturali. Senza questi dati è corretto ricostruire il processo, ma non quantificarne intensità, durata o continuità.
PARTE VI · GLI INDIZI
La roccia parla per strutture
Ogni struttura sedimentaria è un verbo fossilizzato. La laminazione dice decantare; il ripple dice scorrere o oscillare; la crepa dice asciugare; l’impronta dice camminare; la struttura da carico dice sprofondare in un sedimento ancora molle; la liquefazione dice perdere improvvisamente resistenza, spesso durante scuotimenti sismici.
- Laminazione fitta: Deposizione ripetuta di particelle fini in acqua calma o lentamente fluente.
- Ripple simmetrici e asimmetrici: Azione di onde o correnti in fondali bassi; l’ambiente non era immobile.
- Mud cracks: Esposizione subaerea e disseccamento della superficie fangosa.
- Clay chips: Erosione e trasporto di frammenti di fango precedentemente consolidato o disseccato.
- Impronte di pioggia e tetrapodi: Superfici umide esposte o ricoperte da un velo d’acqua molto sottile.
- Liquefazioni, slump e faglie di crescita: Sedimento saturo deformato mentre il bacino era ancora tettonicamente attivo.
Le impronte: cronologia e scena di vita
Le piste di tetrapodi svolgono un doppio ruolo. Sono indicatori paleoecologici, perché mostrano superfici temporaneamente accessibili agli animali; sono anche indicatori biocronologici, perché l’associazione di diversi ichnogeneri è coerente con il tardo Kunguriano. Non vediamo gli animali stessi, ma il loro passaggio in un preciso intervallo fra acqua e terra [3, 7].
PARTE VII · DALLA PIANA PERMIANA ALLA CIMA ALPINA
La seconda storia delle argilliti
Dopo la deposizione, il fango venne compattato, cementato e trasformato in roccia. Molto più tardi, la costruzione delle Alpi deformò la successione, sviluppò clivaggio e riattivò o tagliò strutture più antiche. La fissilità che oggi fa apparire queste rocce simili ad ardesie non coincide sempre con la laminazione sedimentaria originaria.
La dislocazione visibile fra il Pizzo del Diavolo e il Diavolino appartiene a questa storia successiva e non deve essere confusa con le faglie che controllavano il bacino permiano. La montagna attuale sovrappone quindi due archivi: il bacino deposizionale del Permiano e la deformazione alpina che lo ha sollevato, inclinato e inciso.
Una successione, tre scale del tempo
- Ore o giorni: una pioggia, una piena, la formazione di ripple e impronte.
- Stagioni o anni: espansione e contrazione di stagni, laghi e piane fangose.
- Milioni di anni: subsidenza del bacino, accumulo della formazione, deformazione e sollevamento alpino.
EPILOGO
Quando le Orobie non esistevano ancora
Le argilliti nere del Pizzo del Diavolo non sono soltanto rocce scure in una successione permiana. Sono il negativo fotografico di un paesaggio perduto. Nel loro colore resta il tempo del ristagno; nella laminazione, il silenzio della decantazione; nei livelli sabbiosi, l’impeto delle piene; nelle crepe, il ritorno del sole; nelle impronte, il passaggio della vita.
Quasi trecento milioni di anni fa, dove oggi salgono le pareti del Diavolo e del Diavolino, esisteva una depressione tropicale semiarida sul margine settentrionale di Gondwana. Il paesaggio respirava al ritmo delle stagioni: si riempiva, ristagnava, si oscurava, evaporava e si spaccava. Le faglie ne modulavano la profondità; i vulcani ne alimentavano i sedimenti; gli animali ne attraversavano le rive.
Poi quel mondo venne sepolto. Il fango divenne argillite; il bacino divenne successione; la successione venne piegata e sollevata. L’erosione riaprì infine il libro e lo portò a quasi tremila metri di quota. Oggi noi leggiamo in cima a una montagna la storia di un lago che non sapeva ancora che un giorno sarebbe diventato Alpi.
IL MESSAGGIO FINALE PER VALVEDELLO.IT – Comprendere queste rocce significa unire tempo profondo e storia umana: la montagna non è soltanto uno scenario. È un archivio, e ogni persona che l’ha osservata, studiata, attraversata o fotografata partecipa alla sua nuova memoria
APPARATO SCIENTIFICO
Fonti principali
[1] Commission on Stratigraphy (2026). International Chronostratigraphic Chart, versione digitale corrente; limiti numerici Kunguriano–Roadiano. DOI / fonte
[2] Berra, F., Tiepolo, M., Caironi, V. & Siletto, G.B. (2015). U–Pb zircon geochronology of volcanic deposits from the Permian basin of the Orobic Alps. Geological Magazine, 152, 429–443. DOI / fonte
[3] Marchetti, L. (2016). New occurrences of tetrapod ichnotaxa from the Permian Orobic Basin and critical discussion of the age of the ichnoassociation. Papers in Palaeontology, 2, 363–386. DOI / fonte
[4] ISPRA (2012). Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, Foglio 056 Sondrio, pp. 84–95. DOI / fonte
[5] ISPRA. Note illustrative della Carta Geologica d’Italia, Foglio 057 Malonno, sezione sulla Formazione del Pizzo del Diavolo. DOI / fonte
[6] Berra, F., Felletti, F. & Tessarollo, A. (2016). Stratigraphic architecture of a transtensional continental basin in low-latitude semiarid conditions: the Permian succession of the central Orobic Basin. Journal of Sedimentary Research, 86, 408–429. DOI / fonte
[7] Marchetti, L., Tessarollo, A., Felletti, F. & Ronchi, A. (2017). Tetrapod footprint paleoecology: behavior, taphonomy and ichnofauna disentangled. PALAIOS, 32, 506–527. DOI / fonte
[8] Locchi, S., Zanchetta, S. & Zanchi, A. (2022). Evidence of Early Permian extension during the post-Variscan evolution of the central Southern Alps. International Journal of Earth Sciences, 111, 1717–1738. DOI / fonte
[9] Muttoni, G., Dallanave, E. & Channell, J.E.T. (2013). The drift history of Adria and Africa from 280 Ma to Present. Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 386, 415–435. DOI / fonte
[10] Muttoni, G. & Kent, D.V. (2019). Adria as promontory of Africa and its conceptual role in the Tethys Twist and Pangea B to Pangea A transformation. Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia, 125(1). DOI / fonte
[11] Pohl, F. et al. (2018). Kinematics and age of syn-intrusive detachment faulting in the Southern Alps: implications for the Pangea A versus B controversy. Tectonics, 37, 3668–3689. DOI / fonte
[12] Pessina, C.M. (2026). Pizzo del Diavolo facies – PDF. Dossier di lavoro fornito dall’Autore, 22 pp.; fonte delle immagini e della prima sintesi tematica riorganizzata nella presente lectio.


