
Vi sono incontri che, pur durando lo spazio di un’ora, sedimentano nella memoria con la stessa persistenza di un livello vulcanoclastico ben conservato: emergono, a distanza di decenni, con nitidezza quasi sorprendente. Così mi accadde il 19 maggio 1982, quando — giovane geologo già attratto dalle manifestazioni uranifere delle Orobie — mi trovai, quasi per una felice congiunzione di eventi, al cospetto di Ardito Desio.
L’incontro si svolgeva in Banca Popolare di Sondrio, sotto l’egida dell’allora direttore Melazzini, figura di grande apertura culturale e dal quale fui invitato! Desio, ormai già entrato nel mito per la spedizione del K2 del 1954 — quella che consacrò definitivamente il suo nome nella storia dell’alpinismo mondiale — appariva allora non tanto come l’eroe delle grandi altezze, quanto come uno scienziato ancora inquieto, animato da una curiosità progettuale che travalicava i confini disciplinari. Il tema della conferenza era, a dir poco, sorprendente: “Perché non introdurre lo yak nelle nostre Alpi?”.
Una provocazione? Forse. Ma anche, a ben vedere, una proposta coerente con il contesto storico di quegli anni. Erano gli anni in cui le vallate alpine — inclusa la ValMalenco — iniziavano a confrontarsi con fenomeni sempre più evidenti di abbandono degli alpeggi e contrazione delle economie tradizionali. Desio, forte della sua lunga frequentazione dell’Himalaya, suggeriva di trasferire nelle Alpi un animale emblematico di quelle quote: lo yak.
L’idea, esposta con chiarezza e rigore, era tutt’altro che folkloristica. Lo yak, spiegava, possiede caratteristiche ecologiche e produttive di grande interesse:
— straordinaria rusticità;
— capacità di sfruttare pascoli marginali e d’alta quota;
— produzione di latte ricco, carne e lana pregiata;
— possibile impiego come animale da soma nel nascente turismo escursionistico.
In altre parole, Desio immaginava una ibridazione tra modello economico alpino e adattamenti himalayani, un tentativo di risposta concreta alla crisi della montagna. E tuttavia — ed è qui che la memoria personale si intreccia con una valutazione più ampia, maturata anche alla luce di quanto si è osservato negli anni successivi — quella proposta incontrava ostacoli non trascurabili, radicati nella realtà stessa delle Alpi italiane.
Anzitutto, la questione ecologica. Lo yak non è un semplice “bovino alternativo”: è una specie alloctona, con un comportamento alimentare estremamente opportunista. In ecosistemi alpini già delicati, la sua introduzione avrebbe potuto generare competizione con ungulati autoctoni quali cervi e caprioli, alterando equilibri consolidati. Studi e discussioni più recenti, anche in ambito ambientalista (come quelli promossi da Mountain Wilderness), hanno sottolineato proprio questi rischi: perdita di biodiversità, pressione eccessiva sui pascoli, possibili squilibri trofici.
In secondo luogo, vi erano problemi di ordine gestionale e culturale. L’allevamento alpino non è soltanto un sistema produttivo, ma un patrimonio di saperi, consuetudini e identità locali. L’introduzione dello yak — per quanto affascinante — si scontrava con una struttura socio-economica poco incline a sperimentazioni radicali, soprattutto se percepite come “estranee”.
Non a caso, i tentativi effettivamente avviati in alcune aree dell’Italia settentrionale (come l’ Alpago) si rivelarono complessi: vincoli amministrativi, difficoltà di adattamento, problemi logistici e, non ultimo, la gestione della predazione. Negli ultimi decenni, il ritorno del lupo nelle Alpi (documentato anche da ISPRA) ha ulteriormente complicato il quadro, con episodi di predazione che hanno coinvolto anche capi non tradizionali.
Eppure, al di là delle criticità — che oggi possiamo analizzare con maggiore distacco — resta intatto il fascino di quella visione. Desio non proponeva semplicemente uno “spostamento di specie”, ma un modo diverso di pensare la montagna: come laboratorio dinamico, aperto a contaminazioni e innovazioni.
Ricordo ancora il momento in cui, terminata la conferenza, ebbi l’opportunità di avvicinarmi a lui. Scambiammo poche parole — nulla di memorabile sul piano contenutistico, forse — ma sufficienti a restituirmi la misura di un uomo che, pur avendo raggiunto le vette più alte della Terra, conservava una curiosità operativa quasi giovanile.
Avevo con me una macchina fotografica. Avrei voluto chiedergli una fotografia insieme. Non lo feci perché mi mancò il coraggio e un pò di faccia tosta.
Col senno di poi, fu quella una mancanza che conserva ancora oggi un sapore quasi simbolico: come un campione non raccolto, un affioramento osservato e lasciato lì, nella convinzione che vi sarà tempo per tornarci. Ma certi incontri — come certi eventi geologici — sono irripetibili.
E tuttavia, forse, proprio questa incompletezza contribuisce a rendere il ricordo più vivido. Perché ciò che resta non è l’immagine fissata su pellicola, ma la traccia profonda di un momento in cui la grande storia dell’esplorazione e la piccola storia personale si sono, per un istante, sovrapposte sulle montagne di casa.
Camillo Mario Pessina – geologo 24 Aprile 2026

