Uranio sulle Orobie - La storia dell’uranio di val Vedello e dintorni

di Camillo Mario Pessina

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home DANIELE RAVAGNANI

DANIELE RAVAGNANI

Anticipo alcune tracce del ricordo che vorrei dedicare all’amico geologo e collega Daniele Ravagnani. Mi sono reso conto che i tempi necessari alla sua finalizzazione stanno diventando troppo lunghi. Non riesco a scrivere tutto d’un getto! Non è nella mia indole e gli argomenti sono molteplici. Per questo motivo la memoria sarà soggetta a possibili cambiamenti e riadattamenti col procedere affinché il quadro collimi il più possibile con la mia visione. Resta inteso, come già è successo per qualche altra figura raccontata in questo sito, di essere disponibile a ospitare in queste pagine  ricordi di Daniele che provengano da altre fonti.

 

Vigilia di Pasqua 2014. Anni 65

“….Dimmi cosa ti ha mosso? Forse il vento dei ricordi, che soffia sempre più forte dopo i sessanta, che tira contrario rispetto alla ragione e che ti costringe a voltarti indietro - come fa il Còmasin nel deserto siriano che avvolge tutto in un aureola rosa - e così a rivedere la tua vita come in una moviola e finalmente dirle ”Ti amo!”, come alla donna che ti è accanto, alla quale avresti voluto dirlo prima, ma avevi altro da fare….

Prima eri troppo impegnato a remare e invece, adesso che la corrente si è calmata e l’acqua è diventata limpida, ti viene voglia di raccogliere le vecchie fotografie e comporre il tuo album, per avere la conferma che ne è valsa la pena, che hai cose da raccontare, che la vita ti è stata benigna e prima non te ne eri accorto, almeno non così tanto…..”

da: URANIO AMORE MIO di Daniele Ravagnani - 2017

 

 

Premessa

DANIELE RAVAGNANI

 

E’ riproponendo  questo bellissimo pensiero - oserei dire quasi un prologo - anche se posto a pagina 1 dell’ultimo libro di Daniele: “URANIO AMORE MIO” che mi accingo a raccontare l’ultima figura da me ricordata nel sito, quella di Daniele. Un vero Uomo dell’Uranio.

La mia età con la tendenza alla stanchezza, alla pigrizia e alla cronica mancanza di tempo dovute alle mille problematiche che una persona che vive sola deve affrontare ogni giorno, mi porta a desiderare il compimento di una strada iniziata diversi anni fa.

Come scrive qualcuno; “Quello dell’amicizia è un capitolo che va trattato in punta di spillo”. Parlare di una persona o di un amico e in particolare di un collega di lavoro, è a mio avviso un compito arduo. Si rischia di essere considerato uno che racconta bugie.

Attraverso “la mia macchina fotografica” vorrei descrivere Daniele da una angolazione diversa dai soliti fotogrammi. Mi rendo conto comunque che  certamente gli aspetti, che io ho conosciuto in Daniele, sono parziali di una realtà evidentemente più complessa. Come negli scatti del fotografo, la porzione di realtà inquadrata è solo una parte di una realtà molto più articolata che l’autore vede e tenta di comunicare.

Non ho la presunzione che i miei pensieri e le mie  considerazioni sulla vita interessino  tutti essendo pensieri personali. I punti di vista e le relative considerazioni sui fatti che ognuno di noi fa sono sempre strettamente personali e soggettivi. Basati sulle limitate esperienze che ognuno di noi ha avuto con l’altro, della propria percezione della vita. Personalmente non ho mai cercato di nascondermi dietro delle maschere per far piacere a qualcuno. Ho cercato di essere me stesso anche sul lavoro - anche se, con il senno del poi - mi sono reso conto che la cosa non ha pagato. Ma di questo tutto sommato non me ne pento. La ritengo una forma di rispetto verso se stessi.

Il 13 settembre 2013, lo scrivente, Daniele con il figlio, Sergio Santambrogio il collega della GeoTer e alcuni amici valtellinesi pranzavamo insieme al Ristorante Campelli alle Moie di Albosaggia. Ricordo perfettamente ancora oggi  quanto diceva Daniele agli amici valtellinesi che avevano accompagnato e supportato il nostro ”geologic field trip” nell’anfiteatro glaciale del lago di Zocco: "di geologi dell’uranio come io e Mario, in tutta Italia si possono contare sul palmo di una di una mano..”.

Senza offesa per nessuno ma ne convenivo con lui, perché penso nessuno era più motivato di noi due. Non certo per i riconoscimenti aziendali al nostro operato, pari a zero! Ma per l’innata curiosità e passione che ci ha sempre accomunato.

Il lutto, la perdita di Daniele così improvvisa e inaspettata il 22 di marzo di quest’anno mi ha  ha lasciato non solo sconcertato ma fatto sentire più povero, più solo. Un tassello della mia vita è andato perso. Come tanti altri tasselli persi coll’avanzare degli anni. Ma il lutto, a volte inaspettato, che si presenta sul nostro cammino è un qualcosa dal quale non possiamo fuggire, scavalcare o aggirare. E’una porta che non si vorrebbe mai aprire.

Per questo motivo  non scriverò più degli “Uomini dell’Uranio” perché certamente Daniele lo era a pieno titolo. I libri che ha scritto sull'argomento, la sua dedizione all'uranio italiano ed ai suoi minerali, al tema del nucleare italiano e le sue passioni giovanili lo rendono un "Uomo dell'Uranio" molto più di me.

Ciao Daniele


 

 

Daniele Ravagnani

Gli uomini dell'Uranio, 1 giugno 2020

 

Regalare un  libro soprattutto se c’è una dedica è come regalare una pietra preziosa. Grazie Daniele ! Leggendo il tuo libro sono sempre in tua compagnia.

 

Libro di DanieleCerco di ricordare Daniele per amicizia e per stima. Per la tanta strada fatta insieme lungo i sentieri che gli imperscrutabili disegni della vita ci fanno percorrere. Per la comunanza di tante idee. Per il nostro istintivo e passionale amore per la Geologia e gli importanti messaggi, anche filosofici,  che essa continuamente ci comunica e che Daniele aveva espresso in più di una occasione, incompreso! Un suo pensiero che aveva espresso più volte " Dice che le pietre sono esseri viventi: nascono, si modificano, e mutando sprigionano energia". *

Per il geologo è questo un concetto normale perché oltre a vedere al microscopio petrografico fettine trasparenti di roccia (ebbene sì le rocce possono diventare trasparenti) dove a nicol incrociati si osservano multicolori aggregati cristallini - le "cellule" compositive della roccia - e la loro trasformazione nel tempo (si modificano). La   mente del geologo  vede in "timelapse"(tempi lunghi compressi in tempi brevi) la storia delle rocce ed il loro  continuo adattamento cristallografico e mineralogico che l'ambiente geologico  impone loro. Comprende i loro processi genetici, erosivi e deposizionali, la diagenesi e la litificazione, il metamorfismo seguito  magari da una subduzione con la fusione e la trasformazione in un magma della roccia originaria, magari eruttato a ricominciare così  un nuovo ciclo di "vita".

E' ovvio che il ciclo di vita di una roccia può  durare milioni di anni e non può essere percepito dal breve ciclo umano della vita. Ma può essere visto da una  mente intelligente e preparata! Quindi sarebbe bene non fare della gratuita e sciocca ironia quando un geologo fa certe osservazioni!

In particolare in Daniele era importantissima la passione per i minerali radioattivi e le ricerche uranifere. Come lui più volte ricorda. E come il titolo del suo ultimo libro "URANIO AMORE MIO" ricorda. Titolo che ha lasciato sconcertati tantissimi! Qualcuno ci ha fatto dell'umorismo nero! "...Gli ha dedicato un libro, Uranio Amore Mio, una specie di autobiografia che strizza l'occhio alle vicende di Hiroshima Mon Amour"*. Ma se non si ama non si comprende!

Ci ha anche accomunati la passione per la fotografia. Mitica l’Hasselblad a pozzetto 6x6 di Daniele che a malincuore vendette quando decise di mettersi in proprio.

Pierre e Marie Curie

Prima ancora di incontrarci ci aveva inconsapevolmente accomunati l’ammirazione per Marie e Pierre Curie e il loro profondo amore per la Scienza (due premi Nobel).Di Marie e Pierre, Daniele tenne sempre il  ritratto sulla scrivania. Queste grandi figure di scienziati sono oggi demonizzati come untori di ogni male. Disgustoso in merito il film  "Radioactive" dove a Marie vengono insistentemente associati disastri e violenze nucleari passati e presenti. Che cosa ne penseranno i giovani d'oggi?

Con Daniele mi  ha accomunato la provenienza dal Carlo Cattaneo di Milano dove mi ero diplomato qualche anno prima di lui. Così la passione  per l’auto italiana, l’incidente in elicottero in Val Cerviera. Di tutte queste passioni, fatti e legami Daniele ne ha parlato nel volume “URANIO AMORE MIO".

Daniele mi ha descritto nel suo libro “Uranio Amore mio” In termini che mi paiono in generale positivi. Gliene sono grato. Ne riparlerò però ancora più avanti!

Caratterialmente Daniele era, a mio parere, un estroverso, portato alla socialità, all’aiuto del prossimo e convintamente religioso. Lo dimostrano le sue attività per la  diocesi di Bergamo nel  “Centro di ascolto e accoglienza”, per separati divorziati, ubicato nei locali della “Casa del pellegrino”, di fronte al Santuario della Madonna della Grazie in Ardesio. E’ stato anche uno dei principali fondatori e primo direttore, sino al 1995,  del  Museo Etnografico Alta Valseriana soprattutto creatore di una delle sale: “Sala minatori”. A sottolineare il secolare rapporto tra la popolazione locale e le attività minerarie.

Daniele è stato anche direttore dell’Istituto Gemmologico Italiano e per sette anni presidente dello Ordine dei  Geologi della Lombardia.

Non dimentichiamo GeoTer società nata nel 1995 a Ardesio in alta val Seriana  per opera di Daniele.

Daniele aveva il pregio di sapere scherzare su certe scomode realtà della vita.

Era un uomo dotato di senso dell’umorismo e il dono di disegnarlo insieme al piacere innato delle battute ironico-sarcastiche.

Daniele, autoritratto ironicoUn’ altra qualità, opposta alla prima, era quella dell’uomo professionalmente corretto fino all’estremo, inflessibile. Anche a costo di rimetterci sul lavoro. Se un versante montuoso era a suo giudizio a rischio frana non scendeva a compromessi …“edilizi”. Mi ricordava frequentemente una frana che era avvenuta poco tempo dopo le sue previsioni. O peggio grandi crepe nei muri di villette costruite su aree in lento movimento. Indicativo a proposito  il servizio di Report su RaiTre con Milena Gabanelli. Raramente però,  capitavano anche a lui  arrabbiature improvvise! Che lui si riconosceva (miccia) e ironicamente si disegnava! In merito alla definitiva rinuncia del nucleare in Italia, quando ci capitava di parlare di Bettino Craxi e del Partito Socialista che aveva guidato, perdeva il lume della ragione. Imputava a Craxi la chiusura del nucleare in Italia e certamente altre colpe (1). Io tacevo non volendo contraddire queste sue convinte esternazioni.

Come tutti noi tecnici dell’Agip Daniele era un uomo cosmopolita. Come geologo  abituato a studiare e conoscere fenomeni geologici  globali aveva il mondo come sua casa. Una casa con tante stanze.

Si rendeva conto con il passare degli anni “che viveva in un mondo dove a volte la stupidità era ascoltata, l’intelligenza ignorata e l’educazione non più di  moda”. Si riferiva alle tante assemblee pubbliche che gli era capitato di partecipare, dove non ti lasciavano parlare per partito preso e ti accusavano di ogni nefandezza. “Nessuno di noi aveva la forza e la volgare maleducazione di quegli invasati farabutti: era una partita persa!” scriveva Daniele.

Avendo visitato l’Europa e studiato il nucleare nei vari paesi del mondo Daniele avrebbe voluto che anche in Italia ci fosse una apertura mentale in questo campo energetico. Che però non riusciva a vedere. Perché gli italiani sono provinciali, poco preparati e pieni di paure. Senza guide politiche reali  e per questo privi di quelle certezze che permettono ad un popolo unito  di guardare avanti.

Di come produrre energia dal nucleare civile Daniele aveva una visione europea ed era amareggiato dalle parole e dai fatti che aveva visto e sentito a Lodève nel 1980. Qui i responsabili della miniera e dell’impianto di prima lavorazione della roccia uranifera  gli dissero che “…contrariamente all’Italia in Francia dalle parole si passava ai fatti”. Il giacimento di Lodève era stato scoperto quattro anni prima ed era già in produzione. Ricorda Daniele “vidi produrre lo yellow -cake. “.. quello degli altri, non il nostro”.

Contrariamente allo scrivente che è molto cauto, forse esageratamente, nel concedere fiducia alle persone che non conosce, Daniele si prestava con entusiasmo a condividere le proprie idee sull’uranio e sul nucleare con persone che, a mio avviso, a volte usavano le sue affermazioni, travisandole, con lo scopo di denigrare la ricerca uranifera italiana e le attività nucleari a scopo pacifico. Senza peraltro capirne assolutamente nulla!  Ne parlerò più avanti!

Dopo la chiusura delle attività uranifere e l’abbandono di Eni da parte di Daniele nel giugno 1985 come lui si descrive in “Piazza dei Miracoli” in Uranio Amore Mio,  dove sottolinea che ”.. la mia situazione di stallo, in attesa di una decisione che ancora si faceva attendere, la prospettiva di rimanere dietro una scrivania a San Donato..gli fece accettare la proposta concreta di passare allo Istituto Gemmologico Italiano in posizione di direttore.

Ci perdemmo di vista allora. Io ero ancora negli uffici di Piateda  in Valtellina dove eravamo ormai rimasti, in due; io e Luigi Bulf col compito di chiudere tutto.

Rimasi a Piateda  sino al febbraio 1987 dove caricai l’ultimo camion con numerosi rapporti, album giganti con planimetrie geologiche e minerarie di ogni Livello di ricerca , con un fitto grigliato di sezioni geologiche attraverso le aree mineralizzate, colorati a mano con pitture ad olio. Numerosi volumi con elenchi e litologie delle migliaia di sondaggi. Volumi di analisi chimiche. Migliaia di sezioni sottili e lucide e campioni da mandare all’archivio centrale di Agip.

Seppi anni più tardi (da Daniele) che questo prezioso e irreplicabile materiale documentale era stato distrutto! Per quale arcana decisione era stato dato alle fiamme da Eni?  Chi aveva paura dell’uranio e del nucleare civile italiano? Chi aveva dato l'ordine?(2)


  • (1) - Io, ricordando l’incarcerazione di Ippolito (marzo 1964) e il relativo blocco di ogni sogno industriale nucleare italiano, l’assassinio di Mattei (ottobre 1962) - chiaro tentativo di fermare l’espansione economica e l’influenza politica italiana nel Mediterraneo - e l’assassinio di Aldo Moro (maggio 1978) il quale diede il via libera alla decadenza e, probabilmente alla svendita programmata dell’Italia, non potevo non imputare a volontà esterne all’Italia(quella francese in particolare) il controllo industriale e politico italiano e quindi anche la seconda chiusura delle attività uranifere italiane decisa già prima del 1985. Il referendum contro il nucleare italiano pilotato dai mass media italiani e la successiva chiusura delle centrali nucleari italiane a spese degli italiani, furono funzionali agli interessi francesi. Non dimentichiamolo mai! Oggi quella quota energetica (17%) prodotta con il nucleare la compriamo dai francesi (cui prodest?). Nel 1945, In seguito alla ritirata dell’esercito tedesco dall’Italia, le mire territoriali francesi sull’Italia, si materializzarono nello aprile del 1945 con l’annessione unilaterale di una parte della Liguria. Una fascia territoriale che da Ventimiglia arrivava fino Bordighera e da li verso nord a Briga alta (Cuneo).Fu creata una zona  doganale, sostituita la bandiera italiana con quella  francese. Venne introdotto il franco francese e un lasciapassare francese. Furono pubblicati  giornali francesi e proibiti quelli italiani. Si organizzò un referendum pilotato dai servizi segreti francesi che compievano una capillare opera di propaganda nei confronti della popolazione italiana. Solo l’opposizione ferma degli americani impedì che i francesi (De Gaulle) si prendessero una fetta d’Italia. Con il  trattato di pace che l’Italia firmò nel febbraio del 1947, l’Italia cedette comunque alla Francia circa 709 chilometri quadrati del proprio territorio.Stesso discorso valse per la parte orientale del territorio italiano per la Yugoslavia di Tito.I tentativi di annessione francese di parte del territorio italiano proseguono tutt’oggi. Con l’assassinio di Gheddafi (ottobre 2011) la Libia e le sue risorse petrolifere ci sono state “scippate” dai francesi con il consenso/impotenza(?) dello Stato italiano.  Le mire francesi sulla valle di Aosta, su una parte della Liguria e il suo mare e su parte del Piemonte (compresa Torino) sono ancora oggi molto forti. E’ il vecchio  sogno di De Gaulle.Bisogna ricordare sempre che la Francia è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che hanno il potere di decidere le sorti  di una nazione sovrana a seconda dei loro interessi.  In Europa solo i francesi hanno questo potere! Ma gli italiani, come tutti i mariti traditi, sono gli ultimi a sapere questi trascorsi.  Basterebbe leggere dell’invasione napoleonica della terra bergamasca. Una terra  abituata alla tollerante Repubblica veneta!  Ma gli italiani sono impreparati e disinformati anche da chi li dovrebbe tutelare. Non sanno di non aver mai contato assolutamente nulla. Né allora né adesso.
  • (2) - Il rogo di libri scomodi al Potere del momento è una antica abitudine umana mai eradicata e trasversale a tutte le civiltà.  Dalla Cina del 212 a.C. a Diocleziano, dalla chiesa cristiana a quella islamica, dai  roghi del Savonarola sulla piazza di Firenze a quelli spagnoli dei manoscritti Maya e Aztechi, a quelli nazisti a Berlino  nel 1933,  sino a quelli recenti di Pinochet in Cile se ne perde il numero. Ne cito solo alcuni! Mi auguro fortemente che la notizia che mi è stata comunicata da Daniele non sia vera!   Che tutto quel materiale documentale sulle ricerche uranifere, patrimonio italiano sia in realtà conservato  nel  grande Archivio storico Eni di Pomezia (Roma) che vanta 5 chilometri di scaffalature (é stato però inaugurato solo nel 2006).

 

Riferimenti

* CTRL Magazine- Una polenta all'uranio. Giugno 2018


 

Daniele e la stampa italiana

luglio 2020

 

Daniele ha sostanzialmente pubblicato due volumi dei quali me ne ha fatto sempre dono e di questo gli sono grato!

Il primo nel 1974 a titolo:

I GIACIMENTI URANIFERI ITALIANI E I LORO MINERALI - Gruppo Mineralogico Lombardo. Del quale magari parlerò più avanti. Il titolo ed il contenuto del volumetto, pregevole in generale,  mi lascia a tratti perplesso. Spiegherò più avanti il perché!

Il secondo libro, più corposo, a titolo: URANIO AMORE MIO.

Quest'ultimo volume è stato stampato in proprio, in tiratura limitata nel luglio 2017. Il volume è stato stampato per uso personale, non commerciabile. La copertina è visibile appena sopra e in locandina.Il libro è stato presentato al pubblico sabato 20 gennaio 2018 alla Biblioteca Civica del Comune di Gromo.

Io ero presente a quella serata nevosa in Gromo.

Alcuni giornali hanno dato la notizia della presentazione del volume. Ne ripropongo uno, abbastanza noto. Su “Bergamo Avvenimenti”- dell' Eco di Bergamo  del  Sabato 20 Gennaio 2018 - "Gromo Presentazione del libro scritto dal geologo Daniele Ravagnani".

 

Come si può osservare non viene mostrata la locandina della Biblioteca civica  con la relativa presentazione del libro di Daniele: "Uranio Amore Mio"  in Gromo. Tutt'altro: Il messaggio trasmesso dall’immagine all' "uomo di strada" è fortemente subliminale e minaccioso: "Gli uraniferi e i nuclearisti che si celano dietro una maschera antiradiazioni hanno pronto per voi una supposta (radioattiva).

Non so se Daniele abbia mai visto questo annuncio.

 

 

 

 

 

 

 

DIALOGANDO CON DANIELE

5 giugno 2020

Questo dialogo immaginario prende spunto da alcuni ricordi di Daniele ben tratteggiati nel suo volume “URANIO AMORE MIO”.  

Caro Daniele! Vorrei seguire il tuo esempio e rispondendoti, raccontare, almeno una volta la mia verità su alcuni fatti, fare alcune precisazioni e togliermi anch’io qualche “sassolino dalla scarpa”.

 

 

La peculiarità della Geologia: Fatti e interpretazioni

 

Fulvia e Giulia.

D -“……Quella domenica rimaneva un posto libero di fianco alla mia: quello della Fulvia rossa nuova fiammante del dottor Camillo Mario Pessina  geologo da Almenno San Salvatore, Responsabile di progetto, che avrei conosciuto il giorno dopo”.

C - Caro Daniele. Devo apprendere da te dopo ben quarant’anni  che ero Responsabile di progetto. Ch’io ricordi nessuno me lo aveva mai detto, messo per iscritto o in un organigramma. Neppure Taddei. Non ho mai visto una categoria o un aumento di stipendio che non fosse quello previsto dai contratti nazionali. Questo fatto che tu racconti, mi lascia molti dubbi sulla correttezza dei nostri capi.

 

Costa Magrera.

D - "…..non si trovò niente di utile, ma comparvero tanti begli esemplari di Torbernite e Autunite che fecero la gioia di diversi collezionisti di minerali.”

C -  Le modeste manifestazioni uranifere presenti nelle arenarie grigie affioranti alla base del Verrucano Lombardo e poste subito sopra gli Scisti di Carona lì presenti e visibili lungo la strada che da Boario Spiazzi porta in val Sedornia, erano già note prima che iniziasse la tornata esplorativa degli anni settanta. La nostra tornata.

Sulle manifestazioni uranifere di Costa Magrera non trovammo materiale bibliografico e neppure mappe precise che permettessero a noi “lattanti” dell’uranio, di individuarle in loco. Fu necessario partire da zero lavorando prima su  basi topografiche al 25.000 ingrandite e poi producendone nuove e più dettagliate mappe topografiche al 5.000 e al 1000 costruite su base aerofotogrammetrica. Con grandi scarpinate sul versante occidentale di Costa Magrera caratterizzato da forti pendenze complicate da una fitta vegetazione.

Tutte le anomalie di radioattività furono ritrovate e studiate ed, essendo qualcuna di queste abbastanza interessanti, si decise l’esecuzione di brevi traverso banco e l’esecuzione di alcuni sondaggi interni che trovarono dei piccoli corpi mineralizzati. Furono le prime modeste gallerie esplorative che il sottoscritto progettò e seguì.  Le valutazioni del tempo - se non ricordo male - davano una decina(?) di tonnellate di ossidi di uranio con tenori intorno allo uno per mille. Ricordo cosa mi disse in merito il compianto ing. Turchi: " se parte la coltivazione dell'uranio a Novazza veniamo qui con la carriola a prenderlo".


Si vive solo due volte.


“…Saltato il tappo, il cherosene zampillava dal bocchettone del serbatoio e le turbine ormai spente fumavano; Mario con freddezza - o con incoscienza- prese dal tascapane una carta, la appallottolo e tappò la fuoriuscita…

C- Tu scrivi che il primo agosto 1975 : “….Alle 8 il pieno di carburante (all’elicottero) e tutte le operazioni preliminari erano state eseguite”.

Non so quante centinaia di litri di cherosene potessero essere effettivamente contenute nei serbatoio  del 206-B della Agusta- Bell ma mi risulta che quell’elicottero consumasse 80 litri di cherosene per ora di volo e che il serbatoio carburante fosse capiente di ben 280 litri di cherosene.

Dovendo proseguire poi per il varesotto sicuramente il serbatoio era pieno. Così mi pare anche di ricordare.

Mi ero salvato la vita perché   sceso per primo dall’elicottero  una vocina interiore mi disse che era inutile che rischiassi stando sotto le pale in movimento dell’elicottero.  Mi misi seduto, al sicuro, dietro un grande masso posto a qualche metro di distanza che mi protesse quando dopo un rumor di schianto l’intera pala mi passò sopra la testa. Così “una grande, tagliente scheggia di alluminio” sfiorò il Serafini per ricadere dietro di lui.

Tutti ci salvammo per tutta una serie di fortunate coincidenze o come scrivi  tu, Daniele “quello fu un miracolo”. Qualcuno ci guardava da lassù? Entrambi eravamo padri da pochi mesi.

"…Saltato il tappo, il cherosene zampillava dal bocchettone del serbatoio e le turbine ormai spente fumavano; Mario con freddezza - o con incoscienza - prese dal tascapane una carta, la appallottolo e tappò la fuoriuscita;…

Vorrei però farti presente che il mio intervento  sul bocchettone carburante era stato fatto a ragion veduta. Quando facevo cose apparentemente rischiose - e ne ho fatte diverse, - sono sempre state ponderate. Lo dimostra il fatto di essere ancora vivo e tutto intero. Il cherosene aveva appena iniziato a fuoriuscire e non aveva raggiunto ancora le parti critiche del turbomotore. Più si fosse aspettato più il rischio sarebbero aumentato! A me sembra di ricordare che io fermai la fuoriuscita del cherosene perché il pilota stava ancora dentro l’elicottero, stordito dal  colpo in fronte ricevuto battendo il capo contro il parabrezza. Allora i piloti non portavano i caschi di protezione.

Oltre a “salvare” il giovane pilota (che io ritenevo troppo confidente con il mezzo, soprattutto con passeggeri a bordo), a salvare il turbomotore dell’elicottero e le parti ancora indenni cercando di limitare così un pò i danni economici, lo scopo era anche quello di   evitare che qualche centinaio di litri di cherosene finissero per inquinare l’ambiente montano e l’acquifero presente (laghetti della Cerviera a quota 2300 metri, posti alla testata della valle del Serio). Ma a quanto pare nessuno se ne rese conto!

 

Parliamo di Valtellina e Val Vedello

Loro speriamo che se la cavino

D - “Pessina e Bolognini furono i designati per andare a fare una prima verifica a terra sulla mia segnalazione radiometrica. “ “… dovemmo abbassarci sino al lago di Scais, abbastanza lontano rispetto all’anomalia, ma non avemmo scelta……Scesero e guardandoli scomparire in quel monumentale scenario roccioso man mano che l’elicottero si allontanava, mi augurai che ce la facessero ad arrivare sul posto giusto. Certo non era facile.”

C- Ben detto Daniele! Atterrammo in Val Caronno, sulla piana della malga estiva Baite di Caronno. Intorno ai 1600 metri di quota rispetto alle anomalie che tu avevi segnalato in Val Vedello e poste intorno a quota 2100 - 2150 metri. Fummo lasciati cinquecento metri più sotto e in una altra valle.

Sicuramente lo scenario era monumentale per gli strapiombi verticali della cordigliera dentata del Medasc (m. 2647) che fronteggiava   le tormentate cime del Biorco e del Rodes (m. 2829) poste a settentrione della valle di Caronno.

A oriente, nella testata della val Caronno, le vedrette di Scais e del Porola contenute in potenti cinte moreniche brillavano nell’imponente corona del fondovalle.

Allontanatosi l’elicottero e tornato  il  silenzio di sempre, interrotto dai  fischi  delle marmotte e dal ruscellare delle acque del Caronno a noi due aspettava un compito ingrato! La non conoscenza dell’area, la verticalità  e la severità dell’ambiente montano che avrebbe reso necessaria la presenza di guide alpine  ci causò un momento di “panico” e scoramento.

Per giungere allo spartiacque con la  Val Vedello avremmo dovuto attraversare il torrente Caronno, superare le grandi marocche prodotte dagli smottamenti postglaciali che portavano, lateralmente il Medasc,  al crinale settentrionale  della valle di Vedello. Che poi scoprii chiamarsi in dialetto locale il ”Motolun”o Mottolone. Le marocche da superare erano costituite da massi giganteschi emergenti da un mare di detriti e forre e  erbe selvatiche e boschino, bagnati dalla  intensa rugiada mattutina.  Ci aspettavano seicento metri di “passione” in salita, carichi di scintillometro, zaini, martelli e quant’altro. Tra un masso e l’altro a volte c’erano forre invalicabili che ci costringevano a tornare indietro e cercare un nuovo percorso. Dopo ore di marcia e soste per riprendere fiato arrivammo allo spartiacque con la val Vedello.

Questo punto l’ho ben decritto nel marzo 2007 nel mio sito web “valvedello.it":

La mia prima volta in Valtellina” che suggerisco di leggere e di cui ripropongo:

..La lama di roccia che da lontano sembrava modesta ed abbordabile, da vicino, liscia e quasi senza appigli, sembrava un muro invalicabile. B.A. a quella vista si rifiutò di proseguire e volle tornare indietro; io decisi invece di tentare il passaggio restando d’accordo di ritrovarci al punto di incontro con l’elicottero. Da solo, piano piano, affrontai il ripido crinale gneissico - da dove, qualche anno dopo sarebbe sbucata una galleria - e  come Dio volle passai dall’altra parte. Ero sul fianco destro della val Vedello, intorno a quota 2000 metri, proprio  sopra e di fronte alle  sottostanti baite Zocco. Il piccolo anfiteatro glaciale appena più a monte si restringeva contornato da pareti verticali. Alla base, l’azione di accumulo di antichi ghiacciai oramai del tutto scomparsi avevano creato cinture detritiche, montarozzi di ciottolame scuro e deposto isolati grandi massi….”(www. valvedello.it - “La mia prima volta in Valtellina” - Marzo 2007)

Il Bolognini non volle proseguire e non entrò neppure in Val Vedello. Ritornò alle baite Caronno  a farsi in pace la sua merenda in attesa dell’elicottero. Non so se poi lui mai raccontò la cosa. Di certo io non dissi mai a nessuno d’essere arrivato in val Vedello da solo!

Caro Daniele! Se io avessi fatto similmente al Bolognini, saremmo tornati la mattina dopo a Gromo con le “pive nel sacco”. Ritrovandoci al punto di partenza, spese di volo e viaggi inutili.

A Sondrio arrivammo grazie a ore di “pedibus calcantibus”, all’imbrunire, fuori orario di lavoro. Orario di lavoro che mai nessuno si sognò o pensò di riconoscere neppur lontanamente! Grazie ai contanti cacciati di tasca mia e al documento di identità che mi ero portato contrariamente al Bolognini che non aveva nulla. E nonostante la totale mancanza di solidarietà dei valtellinesi che non ci aiutarono per nulla! Come ho ben ricordato!

Altre volte, altri colleghi, di fronte alla difficoltà volevano tornare indietro e rinunciare alle “missioni” che ci erano state affidate.

Di onori non ne ho mai visti, di oneri e responsabilità tante! Perché all’Agip se le cose vanno male la responsabilità è sempre la tua. Se vanno bene il merito è sempre degli altri; che per questo faranno di tutto per delegittimarti, per fare i processi alle tue decisioni operative, alla tua visione geologica, magari con il Direttore al loro fianco. Il motto in Eni era : “ Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto .…..”. Come poi si dimostrò alla fine dell’avventura….!

Caro Daniele! Forse per questo motivo qualcuno più scaltro di noi due non se la prendeva poi più di tanto! i sudditi, passo dopo passo, camminano sempre su uno scivolo insaponato con la quasi certezza di tornare indietro e mettersi in fila all’ultimo posto. Come poi s’è verificato!

Ne parleremo ancora!

 

D - "Alle nove (di sera n.d.A.) arrivò finalmente la telefonata del Pessina da Sondrio: erano in un albergo sani e salvi; bagnati, ma con i campioni di pechblenda nello zaino.

C - Caro Daniele è vero che stavamo in albergo, all’Hotel Europa di Sondrio. Quello posto sul margine sinistro del Mallero, con gli scarponi bagnati (zuppi) dal mattino, che ci  siamo tenuti tutto il giorno, ma i campioni che io avevo portato non potevano essere di pechblenda, ma più semplicemente costituiti da parecchi chili di roccia contenente dispersioni uranifere! Che portai sempre sulle mie spalle insieme allo scintillometro, al martello e al resto, tutto il giorno! Parlando - già allora - di pechblenda qualcuno nel “pensatoio” di San Donato (warning; geologist at work) chiese se avevo lo zaino foderato di piombo (sic!).

Dunque, dobbiamo essere più precisi! Non avevo, grazie alle tue segnalazioni, rinvenuto sul terreno, Oklo o Shinkolobwe. Ma solo la presenza di una fascia radiometricamente anomala di cui nessuno in quel momento ne capiva il significato geologico e minerario. Nè tu, né la direzione Agip, e neppure lo stesso CNEN che anni prima aveva trovato e "studiato" queste manifestazioni uranifere ma le aveva abbandonate ritenendole poco significative! Come vedi non basta trovare o ritrovare  una anomalia radiometrica, grande o piccola che sia, per dire d’aver trovato un giacimento uranifero!

La presenza di un un potenziale “giacimento” a uranio era  tutta da dimostrare, nei successivi otto anni, con costosi lavori minerari in sottosuolo, dove per poter proseguire nella ricerca, era necessario portare, anno dopo anno, dei risultati minerari.

E parecchi problemi da risolvere! A volte difficili, a volte insormontabili con le pubbliche amministrazioni. Con una popolazione locale impreparata al tema e all’avvenimento. Una popolazione facilmente intimoribile e manipolabile soprattutto grazie alla demagogica malafede e interesse  di tanti! Anche tu Daniele lo hai provato sulla tua pelle! Mille volte!

Ne riparleremo quando ricorderai la tua esperienza con la visita al  giacimento uranifero di Lodève in Francia.

 

Quando i pensieri svolazzano…disordinatamente. Ovvero: Uomini o… marionette?

“..quando ci sono i burattini esce quasi sempre fuori un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine. Il nostro più recente burattinaio fu Mussolini. Ma se continuiamo ad essere dei burattini, prima o poi spunta un altro burattinaio”. (PINOCCHIO, L’ITALIANISSIMO : da- False partenze/Letteratura e salti mortali - di Raffaele La Capria)

 

Daniele scrive: ”All’inizio del 1985 fu dominio comune che l’Eni abbandonava il settore uranifero…

In realtà la chiusura e la riduzione programmata delle attività uranifere nelle varie sedi durava oramai da tempo,  a fare dal 1983. Forse da ancora prima. Mi si permetta di raccontare le vicissitudini di quello  “tribolato e oscuro” periodo raccontandole in maniera un pò irriverente e fantozzianamente tragicomica che  a tratti si possono vedere anche nella realtà quotidiana e non solo nei film.

Nel febbraio del 1987 con la definitiva chiusura degli uffici di Piateda  fui trasferito insieme a tanti altri colleghi dell’uranio a Milano e “parcheggiato” nel “campo di concentramento” della Agip Miniere (1) in viale Brenta. Il “reclusorio” era  costituito da un grande camerone pieno di anime in pena provenienti da tutte le attività uranifere Agip sparse in Italia e nel mondo.

Il tutto fu preceduto e seguito da una “moria” innaturale del personale tecnico uranifero che non vedendo futuro nella loro riconversione come disegnatori, tecnici di laboratorio o varie altre improbabili posizioni  man mano si dimisero. Daniele docet ! Per riproporsi nella vita extra aziendale come addetti nelle ASL domestiche, come vigili urbani, addetti alle pompe di benzina vicine casa, come liberi professionisti in geologia o radioprotezione e in altre attività connesse. Tutto sommato un bello spreco di know-how e di capitali e un bel tradimento verso chi aveva creduto per anni in quell’attività che sembrava all’avanguardia e piena di promesse!

Nel camerone  di viale Brenta tutto il personale dell’uranio - salvo pochi privilegiati - ivi riunito, era in attesa della propria sorte. Dopo numerose giornate passate in questo orrendo stanzone, lo spirito del personale era quello degli italiani dello 8 settembre 1943. L’atmosfera era a tratti tragicomica come  nella ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica, la Megaditta di  fantozziana memoria; chi  scolpiva un San Giuseppe in legno, chi si occupava di omeopatia, chi sfogliava riviste porno raccolte in appositi raccoglitori … .(Si legga in merito nel mio sito valvedello.it : “Inizio e fine dell’avventura mineraria sulle Orobie valtellinesi” - febbraio 2008-).

La nuova dirigenza, pur non sapendo neppure lei dove si andava a parare, faceva proposte di fantomatiche carriere alla massa di ”sfigati” ex uraniferi e di futuribili, promettenti  ricerche  minerarie aurifere e di altri elementi. Sottinteso, in attesa - come successe poco dopo - della chiusura totale di tutto il comparto minerario. Promesse false e richieste di impegno da parte della dirigenza Eni ne avevo già sentite all’Agip Nucleare nel 1982. E alle identiche promesse farlocche di queste dirigenze non credevo più! Oltretutto ad ogni cambio di Società c’erano cambi contrattuali, riparametrazioni delle categorie che regolarmente ti facevano tornare indietro. Le forze in gioco che controllavano il tutto erano ben altre! Noi eravamo solo foglie in balia al...vento. O burattini in mano al ..."Mangiafuoco" di turno che poteva decidere se gettarci nel fuoco o.. graziarci!

A quel punto chiesi al dottor D’Agnolo il mio trasferimento dal  limbo dell’Agip Miniere  al  purgatorio dell’Agip attività petrolifere di cui non conoscevo nulla e dove alla bella età di 43 anni mi rimisero sui banchi di scuola per alcuni anni con l’ordine di non lamentarmi se ripartivo da zero. Lo stipendio sarebbe rimasto lo stesso!

Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto….” Visto alla luce di quanto succede oggi in Italia, dove al peggio non c’è limite, devo dire di essere stato "fortunato”.

Da parte di Agip Miniere ci fu la ricerca dell’oro visibile e invisibile   in val Seriana, nel Biellese, in Toscana, in Sardegna,  in Canada, ecc.. Purtroppo i veri buchi che si facevano erano quelli nei conti. Sembra l’Agip Miniere perdesse qualcosa come 50 miliardi di lire l’anno.

Si andava a passi veloci verso lo scorporo di diverse Società del Gruppo (Decommissioning degli asset), alla privatizzazione dell'Eni.

Con la definitiva chiusura di Agip Miniere seguì la fine di tutto il settore minerario italiano che nel tempo fu riconvertito dalle amministrazioni locali in settore minerario a fini turistico-culturali, oggi anche, udite udite, a scopi  “minero-sanitari” o "speleoterapici" (Respiration Health). Come nell'ambiente incontaminato per "la riconosciuta purezza dell'aria" presente in alcune gallerie dell' ex miniera di rame di Predoi in Valle Aurina(da PANORAMA - 15luglio 2020). Con buona pace del gas Radon in genere presente nelle gallerie! Ma ognuno vede quello che vuol vedere.

All' Agip assistetti agli inizi degli anni 90 alla vendita del patrimonio immobiliare ENI ( Metanopoli in San Donato Milanese), all'eliminazione di diverse unità di staff attraverso la tecnica dell' "outsourcing" (delocalizzazione) che ha prodotto i  danni locali e  globali che oggi conosciamo.

Agosto 2020

 

Le dimissioni del Manuel


Risalgono a quel periodo turbolento le dimissioni dall’Eni del nostro direttore alle  attività uranifere e non solo, conte dr. M. D’Agnolo, causa un suo prospettato reinserimento nella nuova società del gruppo Eni  non consono alle sue aspettative.

Per l’occasione fu organizzata una sua cena d’addio in non ricordo più quale ristorante di Milano (?). Ricordo invece alcune delle parole di commiato del Manuel, piene di commozione, sin quasi alle lacrime,  che ricordò anche me parlando della val Vedello e alcune frasi del dr. Cassinari in risposta al suo discorso d’addio; “… a volte Manuel mi hai fatto incazzare di brutto…..”.  Forse si riferiva alle disavventure amministrativo-finanziare  capitatogli in Congo (Pointe Noire) dove rivestiva il ruolo di direttore(?) per la ricerca uranifera locale? Quando ero responsabile della sede di Piateda, come conseguenza a  questi fatti poco chiari, mi ero ritrovato in ufficio, senza preavviso, tal Bassottelli; mi pare un perito minerario addetto ai Servizi generali in Congo (?) il cui unico compito a Piateda era quello di leggere la Gazzetta dello Sport. Come magicamente era comparso così il Bassottelli un bel giorno magicamente scomparve dalla Valtellina senza spiegazioni alcuna da parte sua e  del Manuel.

 

 

Una polenta all’uranio- La miniera di Novazza, Valgoglio

«Ma era proprio uranio?» - «Sicuro: chiunque se ne sarebbe accorto. Aveva un peso incredibile, e a toccarlo era caldo. Del resto, ce l’ho ancora a casa: lo tengo sul balcone, in un ripostiglio, che i ragazzi non lo tocchino; ogni tanto lo faccio vedere agli amici, ed è rimasto caldo, è caldo ancora adesso».
Esitò un istante, poi aggiunse: «Sa cosa faccio? Domani gliene mando un pezzo: così si convince, e magari, lei che è uno scrittore, in aggiunta alle sue storie un giorno o l’altro scrive anche questa». (Primo Levi, Il sistema periodico) (1)

Il titolo è riferito a un “Reportage” sul modesto giacimento uranifero di Novazza fatto da CTRL, un Magazine bergamasco, nato nel 2009, con l’intento di ”raccogliere e raccontare storie vere, laterali, fuori dai radar”.

Il reportage narrativo con quei fighi di CTLR magazine “(2) fu pubblicato mi pare nel agosto del 2018 grazie alla preventiva generosa disponibilità di un sempre entusiasta Daniele. Purtroppo in seguito mai informato, né preventivamente dei contenuti né dopo, della pubblicazione nel quale era continuamente citato. Per un “addetto ai lavori” come me il reportage non era altro che uno “sciocchezzaio” passato per verità, contenente, a mio avviso, una descrizione poco lusinghiera della figura umana e professionale di Daniele. Tant’è che fui io per primo a informarlo nel 2019 della pubblicazione avendo scoperto casualmente online l’articolo.

Ho ricercato in questi giorni nuovamente sul sito web questo reportage che pare essere stato rimosso. Avevo però preventivamente salvato alcuni passaggi che ritenevo critici e poco attendibili (purtroppo ce ne sono diversi).

Per la serie “disinformazione continua” o per dirla con un vecchio detto milanese ; ”Ofelè fa el to mestè” per ora cito solo questo passaggio iniziale: “ …..“per raccontare la vicenda del giacimento di uranio più grande d’Italia, scoperto lì nel 1959”. Il reportage dunque inizia subito con una notizia errata che comporta - per chi veramente ne capisce - un compendio di almeno tre errori macroscopici in una sola riga:

Il primo errore che fanno tutti; siti web, giornali e in genere tutte le trasmissioni televisive  è quello di chiamare genericamente miniera quello che in realtà è un giacimento per il semplice motivo che nel caso di Novazza non può essere definita miniera perché non è iniziato nessun tipo di “coltivazione” e /o “sfruttamento”.

Il secondo errore è che “il giacimento di uranio di Novazza” non è la più grande d’Italia. In realtà da ben 35 anni dalla stesura di questo reportage il giacimento uranifero più grande d’Italia (e non d’Europa) era ed è ancora oggi quello di Val Vedello in provincia di Sondrio.

Il terzo errore è l’affermare che il giacimento di uranio di Novazza è stato scoperto nel 1959. Nel 1959 sono state trovate le manifestazioni superficiali che diedero l’avvio a lavori minerari in sottosuolo per valutare l’effettiva potenzialità delle manifestazioni uranifere trovate in superficie. Tali lavori si conclusero nel 1963 (pag. 58 di (3)). Ma non dimentichiamo che altri lavori esplorativi furono fatti dal 1974 in poi senza risultati.

Non mi stancherò mai di dirlo che trovata in superficie una o più manifestazioni uranifere (che abbiano però dimensioni significative che giustifichino delle attività esplorative) solo dopo anni di lavori esplorativi favorevoli, di analisi chimiche, di valutazioni geologico-giacimentologiche e non ultimo di calcolo economico possono dare luogo a un giacimento.

Anche un piccolo tonnellaggio se non ha risvolti di economicità industriale non può fregiarsi del titolo di giacimento ma di deposito *.

 

* L’uso di una terminologia tecnica appropriata nelle scienze geologiche è fondamentale.

In merito all’uso del termine di giacimento minerario richiamerei a questo proposito Dino di Colberdaldo con i suoi due volumi: “Giacimenti minerari” edito nel 1967. Nel primo volume oltre ad una prefazione “d’altri tempi”, (colma di un entusiasmo oggi assolutamente impensabile) apre la Giacimentologia Generale con il “Concetto di giacimento minerario”:  Di Colberdaldo inizia in prima pagina con il titolo: “Un giacimento minerario può essere definito come una concentrazione di uno o più minerali economicamente coltivabili”.

In campo scientifico la tradizione mineraria straniera ci ha purtroppo sempre superato in questo campo. Agli Autori francesi, sono molto legato, non solo per una mera conoscenza linguistica, ma anche per la grande esperienza maturata in questo settore dai francesi. Ricordo M. Rubault (per la giacimentologia dell’Uranio), E. Raguin e P. Routhier per la geologia e la giacimentologia in generale. A questo proposito voglio ricordare i due volumi del Routhier : ”LES GISEMENT METALLIFERES” edito nel 1963 da Masson et Cie, editori parigini. In questo importante e dettagliato lavoro, all’inizio nel primo tomo, nelle “Nozioni di Base” si dedica ampio spazio (quasi una ventina di pagine) al preciso uso delle terminologie minerarie e soprattutto all’uso del termine di “Giacimento”. Nel”Avant-propos” a pag.5 si indicano anche: “Quelques “classiques” sur le gite metallifères” dove, purtroppo, non compare nessun autore italiano.

Domenica 18 ottobre 2020


Riferimenti

(1)- CTRL- Una polenta all’uranio. Agosto 2018.

(2)- Sofia Natella - Compiti a casa. “Urano si è fermato a Novazza”. 13 agosto 2018

(3)- RAVAGNANI D.,1974 - I giacimenti uraniferi italiani e i loro minerali. Gruppo Mineralogico Lombardo, Museo Civico di Storia Naturale- Milano